Ma cosa capiranno i cinesi dalle lezioni tv di Prodi?

Dice il saggio: «Questa faccia non mi è nuova e perciò gatta ci cova». Questa faccia non ci è nuova. Sornione come un pechinese insonnolito, inespressivo come un siamese, Romano Prodi ha firmato un contratto con la Cctv, la televisione di Stato cinese, come commentatore di politica internazionale. Un ruolo che lo metterà di fronte a un numero potenziale di ascoltatori enorme, vista la popolazione del colosso asiatico. «Adagio adagio», «pian pianino», «serenamente», terrà lezioni di geopolitica finanziaria ed economia globale, nei suoi toni curiali e soporiferi, a una platea solo poco più numerosa della messa domenicale in San Petronio. Un miliardo e 500 milioni di cinesi da mandare in coma.
Volto pacioso da eterno boy-scout, occhiale a cornice curiosamente simile a quello del Presidente e Segretario generale del Partito comunista cinese Hu Jintao, voce impastata e parlata sedativa, abituato come i parroci di un tempo a ripetere i concetti perché si ficchino bene in testa, Romano Prodi si è guadagnato la stima e l’ingaggio di Pechino nel corso di lunghi viaggi politically oriented, nei quali, «adagio adagio», «pian pianino», «serenamente», ha sottolineato - ripetendolo - che «La Cina è un’opportunità, non dobbiamo averne paura», «La potenza economica della Cina non deve spaventare l’Italia», «Fidiamoci della Cina: non abbiate paura».
«Adagio adagio», «pian pianino», «serenamente», con il più placido dei suoi sorrisi, il Professore commenterà i grandi fatti di politica internazionale dagli studi della Cctv, abbreviazione di «China Central Television», che oltre a essere la più grande rete televisiva della Cina continentale è anche, incidentalmente, una suddivisione dell’«Amministrazione statale di radio, cinema e tv» del Governo centrale della Repubblica popolare. Un network che non gode propriamente di quella che si definisce «indipendenza editoriale». Trasmette commedie e soap opera made in China alternate a notizie «in linea» con i parametri imposti dal dipartimento della propaganda del Partito comunista. Il suo telegiornale serale di 30 minuti, «Xinwen Lianbo», è il più importante del Paese. Dicono sia rimasto pressoché identico, nella struttura, fin dalla prima edizione, all’inizio degli anni Ottanta. Segue con ossequio mandarino eventi come i ricevimenti da parte dei capi cinesi di ospiti stranieri, le visite in nazioni straniere dei capi del partito comunista cinese, storie di coraggio esemplari per l’immagine del comunismo nel mondo... È per questo che hanno pensato di vivacizzare la programmazione con gli interventi di un popolare ex leader bolognese dalle visioni politiche globali e spiccate doti comunicative. Dai calanchi dell’Appennino reggiano alla Cina, con torpore.
Si scrive Bebbio di Carpiteti, dove la famiglia Prodi possiede una magione, si pronuncia Pechino, dove il Professore è stato invitato un mese fa alla Scuola centrale del Partito comunista per un ciclo di conferenze. Solo per dire le frequentazioni cinesi del vecchio tecnocrate democristiano. «Adagio adagio», «pian pianino», «serenamente», Prodi alla fine è sbarcato sugli schermi della Cctv. La mission del network, oggi, è attrarre nuovi telespettatori per sottrarre spazi pubblicitari alla concorrenza. Servono volti che bucano il video.
Prodi con saggezza ha accettato l’incarico e si è detto «molto onorato di poter avere accesso alla tv cinese». Dalle sue parti è noto come testa quedra, per la forma squadrata e scolpita del capo. Tupè nero pece, riga da parte, occhio sottile, ricorda molto Ten, l’aiutante di Nick Carter che parla poco e quando lo fa propone perle di saggezza orientale. «Io resto fermo, non mi muovo, aspetto», «Ma io resto fermo, aspetto, non mi muovo», «Io sono sempre qui, sono fermo. Questo è il senso dell’Ulivo. Un albero: non si muove».
Una delle ultime volte che Romano Prodi ha fatto un viaggio di lavoro in Cina, novembre 2006, in Italia gli scoppiò nella schiena il caso dei “pizzini” Telecom, i piani di un ipotetico riassetto della mega-azienda di telecomunicazioni che il suo consigliere politico Angelo Rovati consegnò «in modo riservato» a Marco Tronchetti Provera. Solo per “errore” accompagnati da un biglietto da visita con l’intestazione della presidenza del Consiglio. Rovati si dimise, il governo vacillò, Prodi dovette tornarsene da Shanghai. In quell’occasione non proprio «adagio adagio», «pian pianino», «serenamente».
Speriamo, per lui, che questa volta le cose possano cominciare meglio. Dice il saggio: «Tutto è bene ciò che inizia bene».