Ma cosa farebbe un pm con una pistola puntata in pieno volto?

Giovanni Petrali, tabaccaio milanese, in primo grado fu condannato a un anno e otto mesi. Ora in appello la richiesta del pg è di nove e mezzo<br />

Una vicenda, quella di Giovanni Petrali, che è come un grido d’allarme per procedere, e in fretta, alla riforma della giustizia. Il 17 maggio del 2003 Petrali venne condannato a un anno e otto mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena, per omicidio e tentato omicidio colposo. All’ennesimo tentativo di furto - «con violenti atti di aggressione» - nella sua tabaccheria aveva reagito estraendo la pistola. Sempre minacciando, i due rapinatori, armati a loro volta, si allontanarono e inseguendoli Petrali esplose due colpi. Uno dei farabutti restò ucciso, l’altro ferito.

Sono trascorsi otto anni e ieri, nel corso del processo d’appello, ribaltando la sentenza, la procura milanese ha chiesto per il tabaccaio una condanna a nove anni e mezzo per omicidio e tentato omicidio. «I rapinatori erano in fuga - ha motivato la sua richiesta il pg Piero De Pretis - e non erano più aggressivi, avevano l’arma nei pantaloni e sono stati colpiti tutti e due alle spalle». In sostanza i fatti, le circostanze, le prove testimoniali che avevano convinto i giudici di primo grado - magistrati, e non di seconda o terza categoria: magistrati - di trovarsi di fronte a un caso di omicidio colposo, a un reato commesso per mano di una persona in conseguenza di un fatto a lei non imputabile, convincono altri magistrati - non di prima categoria: magistrati - che l’omicidio abbia da ritenersi doloso. Intenzionale. Voluto. Comunque sproporzionato alla minaccia ricevuta.

Qui sarebbe facile chiedersi come si sarebbe comportato il dottor De Pretis affrontato e minacciato da due gaglioffi, uno dei quali con la pistola puntata alla testa della moglie. Avrebbe aperto un dialogo? Proceduto a un confronto? Lasciato fare? Ma il punto non è questo. Il punto è: quale certezza del diritto e di un giusto processo può sussistere se una Corte ne smentisce una seconda che a sua volta può essere smentita da una terza? È più che naturale che l’imputato si appelli a una sentenza che ritiene ingiusta o sbagliata, che intenda spiegarsi e difendersi meglio, con maggiore convinzione. Ne va della sua vita. Ma che ricorra in appello la pubblica accusa, di cosa ne va? Della giustizia? E quante giustizie ci sono? Se la legge deve, come è, essere uguale per tutti, deve essere uguale anche per chi l’amministra.

Smentendosi, intentandosi in un certo senso processi a vicenda, i magistrati finiscono per attestare che non esiste una giustizia, ma una serie pressoché infinita di giustizie «ad personam». Tu credi che sia stato omicidio colposo mentre io credo che sia stato un omicidio doloso. E siccome lo dico in seconda battuta, ho ragione io e torto tu. Ha un minimo di tenuta non dico giuridica, ma di semplice buon senso un ragionamento di tal fatta?

Nel nostro caso, possiamo capire che il secondo magistrato, quello che rappresenta l’accusa in appello, sia forse contrario a ogni atto di legittima difesa, considerandolo sempre in eccesso. È una posizione più che legittima, ma può la legge esser in balìa dei sentimenti, del modo di pensare, delle ideologie di chi l’amministra in nome del popolo italiano? E, soprattutto, è dignitoso che tutto ciò sia messo in plateale evidenza da un sentimento di rivincita espresso attraverso l’appello? Ecco perché è urgente mettere mano alla riforma ammettendo, fra l’altro, solo il ricorso della difesa: non per togliere potere e autonomia alla magistratura, ma per eliminare l’occasione di ridurre la giustizia a un’alea: non una certezza, quanto piuttosto una opinione.