COSA NOSTRA E CASA NOSTRA

L’azienda mafia va a gonfie vele. Si distingue per una capacità di gestione e di crescita che l’azienda Italia nemmeno se le sogna. I conti pubblici ufficiali vanno male, nonostante le rassicurazioni che Tps periodicamente elargisce, insieme a qualche battuta sui bamboccioni e sulla gioia dei cittadini nel pagare le tasse. Eurostat, che certifica i dati comunitari, ha riconosciuto che, in controtendenza rispetto agli altri maggiori Paesi, la spesa del nostro Leviatano pubblico lievita inesorabilmente. Era il 47,7 per cento del Pil nel 2004, nel 2007 ha superato per la prima volta la soglia del 50 per cento. Un record, ma tutt’altro che invidiabile.
Se l’Italia sembra bloccata, nei suoi progressi, da una amministrazione che è spesso disamministrazione, la mafia non soffre alcuna crisi. Non diciamo che la dirigenza di Cosa nostra faccia meglio di Marchionne, ma di certo regge bene il confronto con la Fiat. I suoi novanta miliardi di fatturato - questo il calcolo azzardato dalla Confesercenti - rappresentano il 7 per cento del Prodotto interno lordo nazionale. Percentuale che senza dubbio deve essere parecchio aumentata se la valutazione riguarda specificamente il Meridione. Un ex ministro è stato subissato di critiche per avere sostenuto che bisogna convivere con Cosa nostra. L’espressione non piace nemmeno a me. Ma chi con tanta foga s’è avventato contro l’incauto dovrebbe pur spiegare come si fa a ignorare l’esistenza nel Paese di un corpo economico - che è anche un corpo delinquenziale - di tali enormi dimensioni.
Sì, la mafia fa affari d’oro. Li fa anche grazie agli errori, alle assenze, alle negligenze, alle malversazioni, alle dissipazioni di cupole politiche e burocratiche di gran lunga meno efficaci delle cupole che le onorate società hanno allestito in varie parti della penisola. Lo scialo che si va facendo dei proventi delle tasse o dei fondi europei è sotto gli occhi di tutti. Ne fa fede, insieme a un’infinità di episodi, l’inchiesta che il governo italiano ha affidato alla London School of Economics e alla società di consulenza Vision & Value. Lì si legge per intero l’abbuffata di denaro compiuta da enti e notabili, e l’esiguità dei risultati. La ricerca, estesamente riportata ieri da La Stampa, raffronta questi due dati: spesi 51,2 miliardi di euro in sei anni per investimenti destinati allo sviluppo del Mezzogiorno. Risultato zero. O qualcosina di marginale.
Difficile addossare il disastro alla reazione in agguato, perché esso porta in larga misura il marchio del centrosinistra, e dal centrosinistra non è stato in nessun modo corretto. Se mai aggravato o formalizzato. Negli anni Ottanta proprio Romano Prodi insieme a Roberto Misasi - il racconto di questa disavventura costosissima era anch’esso su La Stampa - hanno promosso un piano telematico Calabria finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno con una dotazione di 400 miliardi di lire. Due decenni dopo del piano non restano che macerie. Nessuna Silicon Valley di casa nostra, solo Cosa nostra. Quella sì che resiste.