Cosa pensa davvero Fini del Cavaliere

Lo sfogo con i fedelissimi dopo l’ultimatum del premier: «Berlusconi è
morto, a maggio non sarà più questo l’assetto politico». E sulla
minaccia di espulsione dal Pdl minimizza: «Ha solo alzato la voce, non
ho paura»

Roma - Forse è davvero l’«ora X», l’ora delle decisioni irrevocabili. Se non lo è, poco ci manca. Il passare dei minuti metaforicamente scandito dal via-vai (più corretto: il sali-scendi) degli «uomini del presidente» nello studio al primo piano del palazzo di Montecitorio. L’improvvisa accelerazione della crisi all’interno del Pdl ha disorientato non poco: molti deputati e senatori finiani si sono definiti «esterrefatti» dalla violenza di quello che viene considerato come un vero «aut aut». E le rassicurazioni di Gianfranco Fini sono state ferme e decise. Tanto da accrescere persino l’ansia, nei meno risoluti.

Tutti però hanno trovato un presidente della Camera al quale la minaccia d’essere messo fuori dal Pdl aveva avuto l’effetto del drappo rosso sventolato sul muso del toro. Il toreador ovviamente di nome fa Silvio. Più che cieco furore, ognuno dei «pellegrini» in estasi presidenziale ha trovato spezzoni di fredda logica capaci di riscaldare il cuore. Frammenti di un unico quadro costruito su un concetto cardine, mai forse espresso finora in maniera così chiara e a così tanti interlocutori. Non siamo neppure più alla metafora usata da Bertinotti su «Prodi poeta morente», ma ben oltre. Una frase politicamente lapidaria: «Berlusconi è morto. Mor-to. Lo capite? A maggio non sarà questo, l’assetto politico».

Senza il caposaldo di pensiero risuonato nello studio di Fini, ben poco si comprende delle operazioni belliche messe in campo nell’ultimo periodo. Operazioni che ieri hanno trovato altri puntelli con una dichiarazione di piena condivisione del messaggio del capo dello Stato («va letto nella sua totalità», ha tenuto a precisare Fini, dunque anche nella parte di reprimenda a Berlusconi), e in un lungo incontro con i vertici dell’Anm, che dal presidente della Camera hanno ricevuto ampie rassicurazioni sui loro timori di «aggressione».
Quello cui Gianfranco lavora, spiegano i suoi, non è uno «scacco matto al Re». Non è corretto usare le categorie dell’«ingratitudine», del «tradimento», della «lesa maestà»: la politica è un’altra cosa. E il capo ha loro spiegato che «Noi siamo responsabili, ma proprio per questo così non si può più andare avanti. E non si può continuare a considerare Camera e Senato come l’appendice del governo».

È nata così una legittima politica che guarda al «dopo-Silvio», perché ormai il premier è circondato da tutte le parti, e non è più soltanto la giustizia a impensierirlo. «In un momento del genere, qualsiasi ostacolo è in grado di abbatterlo», conferma uno stretto collaboratore, arciconvinto, come il leader, che al momento del bisogno la pattuglia ingrosserà di molto le file. «Se si arriva al voto - ha confermato Fini - vedrete quanti ci seguiranno. Quando Schifani ha minacciato le urne, Berlusconi ha fatto una conta veloce... La retromarcia nasce dal fatto che non aveva i numeri». Saliranno sul carro del vincitore, spiegano senza alcuno scandalo, sia per motivi «anagrafici», che inducono a puntare sul più giovane, sia di «coerenza istituzionale» (cioè il sostanziale appoggio ormai maturato nei settori che schematicamente vengono definiti «poteri forti»). Dulcis in fundo, «si dimentica sempre quanti ne ha fagocitati Silvio, di quanti ex qualcosa ha disseminato il campo». Cosa che consente di pensare, nel giro stretto, che il «cordone sanitario attorno a Berlusconi se non è ormai saltato del tutto, è assai indebolito».
L’ora delle decisioni irrevocabili dunque è giunta. La contrapposizione dentro il Pdl, le «due linee che in ogni partito si potrebbero confrontare liberamente», è il fronte più delicato. Non a caso usato anche da Berlusconi per snidare i nemici interni. Cui è arrivata invece l’iniezione galvanizzante di Gianfranco: «Mette fuori... a chi? Il Pdl è anche mio, l’abbiamo fondato anche noi... Silvio ha alzato la voce, ma non mi fa certo paura. Io non ho mai fatto il servo di nessuno... Mai, da quando avevo 17 anni... Non lo farò certo ora... Non sono mica uno Schifani o un Gasparri».

Il rapporto con Berlusconi è irrimediabilmente rotto. «Inesistente», ha tagliato corto Fini. Secondo i cui calcoli «Silvio al massimo può avere l’80 per cento del partito, ma non gli basta». Non basta neppure, ha poi aggiunto, per arrivare alle urne. «Non si illuda, non le vincerà e io farò di tutto per scongiurarle», ha promesso il presidente. Chiarendo infine che, «nel caso improbabile che ci si arrivasse», non esiterà a fare una campagna davvero speciale. «Una campagna per dire chi è veramente Berlusconi».