La coscienza sporca

Non siamo rimasti in molti a ricordare Walter Tobagi, il giornalista socialista ucciso dalle Brigate rosse. È morto anche il padre, Ulderico mi sembra che si chiamasse, animatore della Fondazione che porta il nome del martire, instancabile sollecitatore, sino alla fine, di una verità (...)

(...) che il processo agli esecutori del delitto non ha messo, o non ha voluto mettere in luce, e la delusione, la stanchezza, il senso di impotenza mina ormai anche nel nostro animo il desiderio di verità, tanto è l'accanimento con cui tuttora si difende un dibattimento che ha accertato poco o niente e una sentenza che ha aperto le porte del carcere agli assassini confessi dopo appena tre anni di detenzione. L'ha fatto il pm Armando Spataro che, dopo una trasmissione televisiva che riprendeva i dubbi sulla morte di Tobagi, ha addirittura scomodato il compiacente Corriere della Sera per difendere, vent'anni dopo, l'operato suo e dei giudici milanesi.
Walter è stato ucciso una mattina di pioggia del 28 maggio di venticinque anni fa, appena uscito di casa. Presidente dell'Associazione dei giornalisti lombardi, era da tempo oggetto di un'odiosa campagna di stampa che lo indicava come il più pericoloso avversario della nascente rivoluzione. Ma Walter non era un avversario. Era solo un uomo di grande intelligenza e di grande cultura, scrupoloso, capace di approfondimenti e di lucide analisi, che scriveva con coscienza del terrorismo e ne denunciava con serietà e serenità gli errori, le contraddizioni, l'impossibile vittoria. Per questo era odiato, per la sua capacità, perché era bravo e onesto. Aveva cominciato all' Avanti!. Appena diciottenne, poi all'Avvenire, il Giorno, fino ad approdare alla Mecca del giornalismo italiano. Il Corriere della Sera dove aveva rapidamente, guadagnato i galloni di inviato. Ed ora giaceva riverso sul marciapiede, fulminato da due colpi di rivoltella, l'impermeabile chiaro spiegazzato nel corpo inerte, l'ombrello a fianco.
Il volantino che ne rivendica l'assassinio è una summa elegante e ben stretta di tutto il dizionario del brigatismo; e quando, quattro mesi dopo, si arrestano i giovani assassini, Morandini e l'esecutore materiale, Barbone, l'incredulità che possano essere loro gli autori della rivendicazione è generale. Ma il processo non scava, non indaga. Morandini e Barbone sono due ragazzi della Milano bene, due figli di papà che fanno i combattenti comunisti per incoscienza e abbondante ignoranza; e i giudici hanno fretta, ritengono che il pentito Barbone abbia dato un contributo importante alle indagini (quale?) e quando arriva la sentenza, nell'83, Morandini e Barbone sono liberi.
Ad andarci di mezzo sono l'Avanti!, che protesta e reclama la verità, e anche Craxi che ha preso le sue difese. Si scopre che mesi prima del delitto un informatore della polizia ha fatto sapere che Tobagi era nel mirino delle formazioni eversive e ha addirittura indicato il luogo dove sarebbe avvenuto il delitto. Ma niente fu fatto, nessuno fu avvertito. Craxi, allora presidente del Consiglio, definì il caso Tobagi «un capitolo oscuro nella vita della democrazia». I magistrati si risentirono e il Consiglio Superiore della Magistratura addirittura si convocò per censurare il presidente del Consiglio. Intervenne Cossiga, presidente della Repubblica, che ricordò che la convocazione del Csm spettava a lui, che ne era il presidente; che solo il Parlamento, e mai il Csm, avrebbe potuto discutere di un atto del presidente del Consiglio: che se il Csm fosse ugualmente andato avanti lui «avrebbe mandato i carabinieri».
Diciannove membri togati del Csm, su venti, si dimisero aprendo un conflitto tra i poteri dello Stato mai visto prima d'allora. Poi ci ripensarono e ritirarono le dimissioni. Ma la Procura di Milano non perdonò l'Avanti!, lo denunciò per diffamazione, lo condannò e il giornale fu costretto a versare la bella somma di 300 milioni di allora per risarcimento al pm Armando Spataro.
Si è indotti a credere che i giudici milanesi abbiano di gran lunga sottovalutato il pericolo brigatista, quasi fosse l'errore di ragazzi incoscienti. Sarebbe senza dubbio consigliabile che leggessero il recentissimo volumetto del sen. Pellegrino già a capo della Commissione stragi sulla «guerra civile», non quella tra partigiani e fascisti ma tra le brigate rosse e la democrazia.
Vi troverà ampiamente descritto e documentato che il terrorismo degli anni '70 e '80 non fu né uno scherzo né un gioco di ragazzi incoscienti ma un serio tentativo di destabilizzazione della democrazia con radici profonde in Italia e fuori d'Italia «...il filo della violenza parte dalla Resistenza e si dipana, attraverso l'esperienza della Volante Rossa, lungo gli anni dopo il 25 aprile...», «...è impressionante il fatto che nel 1970, già clandestini, i capi delle Brigate rosse (Curcio, Franceschini e Mara Cagol) si addestrassero all'uso delle armi in Valsesia, sotto la protezione degli ex partigiani di Moranino...». Si può «mettere un punto fermo sui rapporti delle Brigate rosse con settori del Pci e con i Paesi socialisti. Curcio e Franceschini si incontravano periodicamente con Feltrinelli. Tutti e tre avevano relazioni con Secchia e Moranino: e Feltrinelli, Secchia e Moranino erano uomini con rapporti e basi a Mosca e a Praga».
Sono frasi del libro del sen. Pellegrino e si potrebbe continuare. Ma forse è meglio spiegare che Pietro Secchia è stato sino alla morte l'antagonista di Togliatti nel Pci; che Feltrinelli è l'editore miliardario legato ai servizi segreti dell'Est saltato in aria mentre minava un traliccio della luce a Segrate e che Moranino è l'ex partigiano pluriomicida condannato all'ergastolo e fatto fuggire dal Pci a Praga dove ha esercitato il mestiere di addestrare i potenziali sabotatori, dono comunista per i Paesi liberi.

Annunci

Altri articoli