Cose einaudite: lo Struzzo inciampa nell’ortografia

La casa editrice nella bufera per il cambio al vertice. Tutti polemizzano, intanto i libri escono pieni di refusi.
Fino a due apostrofi sbagliati per riga. Eh sì, non c’è più l’Einaudi di una volta...

Non c’è più l’Einaudi di una volta. Uno squisito luogo comune che si ripete da anni, almeno dall’ultimo appuntamento dei mitici Mercoledì dell’Einaudi, quando il «Senato» di via Biancamano si riuniva attorno al “Principe” bizzoso e megalomane per decidere quali libri pubblicare e quali no, con la limpida coscienza che in quel momento si faceva la Cultura italiana; quando dalla sede della casa editrice torinese si espandevano i valori neo-illuministi e cosmopoliti in tutto il Paese; quando per uno studioso pubblicare con Einaudi valeva una cattedra universitaria. Quando - come dimostrò la lettura del famigerato carteggio «zdanovista» uscito dagli archivi di Botteghe Oscure nel 1993 - non era molto chiaro se Togliatti fosse il direttore editoriale dell’Einaudi o Einaudi un alto dirigente del partito comunista. O entrambe le cose.

Non c’è più l’Einaudi di una volta. Tutto sommato per fortuna, come ha detto buttando lì una banalità e sollevando un polverone Gian Arturo Ferrari, ospite una settimana fa all’annuale «Lettura» del Mulino. E come si è sfogato per l’ennesima volta ieri, parlando con Dino Messina sul Corriere della sera, il nipote prediletto del “Principe”, Malcolm Einaudi, commentando le «strane» manovre che, con l’uscita di Gian Arturo Ferrari, agitano la storica casa editrice: «L’Einaudi di oggi non è più quella creata da mio nonno».

E che lo Struzzo non sia più quello di una volta, lo si capisce non tanto dalla scelta di certi titoli, o dall’uso dissennato del catalogo, o dal fatto che le ragioni ideologiche hanno smesso di prevalere su quelle economiche. Ma si vede - meglio: si legge - dalle «piccole» cose. Mentre i vertici della casa editrice sono in agitazione e il presidente Roberto Cerati minaccia le dimissioni per le «offese» di Gian Arturo Ferrari, suo diretto superiore sino alla fine di quest’anno, quando lascerà la Divisione libri del gruppo Mondadori; e mentre redattori ed editor manifestano pubblica insofferenza verso la «proprietà» (Evelina Santangelo sul sito Nazione Indiana, in un dibattito riguardante anche il nostro giornale, ha definito le posizioni di Berlusconi «spesso palesemente contrarie allo stato di diritto»...); mentre succede tutto questo la vecchia Einaudi sembra davvero aver smarrito il suo umile spirito. Spiritus durissima coquit.

Come dimostra un noto e divertentissimo blog dedicato agli errori editoriali, l’«Osservatorio permanente dello strafalcione» (http://strafalcione.splinder.com), i libri dell’Einaudi, un tempo esempio sommo di cura filologica applicata anche a quella cazzata delle Formiche, spiccano oggi per noncuranza, sciatteria, trascuratezza. Senza discutere i titolo, basti notare la foresta di refusi e clamorosi errori che infesta - a esempio - la recente edizione tascabile di Rumore bianco di Don DeLillo. Soltanto per citare gli apostrofi: «un’essere umano», «un’agitarsi», «un intelligenza», «un età», «un’accordo», «un antica potenza», «un’attimo di pausa», «un’insetticida», «un’adolescente sognatore», «un’altro motivo» e «un’arte» (questi ultimi nella stessa riga!)... Cose einaudite. E non staremo a citare gli abbondanti brutti refusi de La scopa del sistema di David F. Wallace (2008), o quelli segnalati all’epoca e rimasti identici nell’edizione di quest’anno di La sera andavamo in via Veneto di Eugenio Scalfari, o i due differenti titoli - in copertina e nelle testatine - del libro Hammerstein o dell’ostinazione - oppure Hammerstein ovvero l’ostinazione di Hans Magnus Enzensberger (2008) o di Considera l’aragosta di David F. Wallace (2006)... Eccetera. Si dice che José Saramago se la sia presa con Einaudi per il rifiuto di pubblicare il suo Quaderno anti-berlusconiano molto meno di quanto si infuriò per il «qual’è» finito nel risvolto di copertina del suo Racconto dell’isola sconosciuta. Ma forse questo è solo un pettegolezzo redazionale.

Giulio Einaudi, che era un “Principe” e che come tutti i Principi schifava i cortigiani di cui amava circondarsi e anche parecchi dei suoi autori, come è noto non leggeva i libri che pubblicava - ne avrà annusati sì e no una decina in vita sua - e tanto meno quelli della concorrenza. Però, almeno, sapeva scegliersi i collaboratori, dagli editor ai correttori di bozze. Ma, del resto, non c’è più l’Einaudi di una volta.