Le cose turche di D’Alema: Ankara può attaccare i curdi

da Beirut

Attaccare, ma non occupare. Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema la vede così. Lo dice non da Roma, ma da Istanbul davanti alle telecamere di una delle più seguite trasmissioni televisive turche. Ma quelle parole «turche» ridisegnano, e non di poco, la posizione del ministro sull'infiammato scacchiere turco iracheno e, più in generale, sull'uso della forza nel contesto internazionale. Con un balzo in avanti che rischia di lasciar spiazzata l'ala più sinistra del suo governo il ministro benedice le operazioni mirate dell'esercito turco.
«Un'azione militare mirata, limitata, può essere considerata accettabile, soprattutto se c'è un accordo con le autorità irachene, ma un'occupazione del nord dell'Irak sarebbe inaccettabile, un disastro anche per la stessa Turchia», dichiara D'Alema nel corso di un'intervista all'emittente televisiva turca “Canal D”. Dunque, secondo il ministro degli Esteri, la Turchia ha il pieno diritto di avviare le limitate operazioni militari già approvate dal Parlamento dando l'assalto ai campi d'addestramento del Pkk e bombardandoli con aerei ed elicotteri.
L'unico ragionevole limite a quelle operazioni militari, rifiutate a priori da molti esponenti della sua maggioranza, resta l'ipotesi di un attacco di vaste proporzioni nel Kurdistan iracheno. Da questo punto di vista il capo della Farnesina invita le autorità di Ankara a «ricordare l'esperienza israelo-libanese» dell'estate 2006, quando le truppe israeliane penetrarono nel Libano per rispondere agli attacchi di Hezbollah, scatenando in entrambi i Paesi crisi ancora irrisolte.
L'accenno non è casuale. Poche ore dopo D'Alema arrivava infatti a Beirut per affrontare - assieme al ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner e a quello spagnolo Miguel Moratinos - il nodo tuttora irrisolto delle presidenziali libanesi. Una maratona negoziale di tre ore interrotta dalla notizia del ritiro del generale Michel Aoun. La notizia riapre tutti i giochi e determina il rinvio della convocazione del Parlamento prevista per oggi, procrastinando la nomina del successore del presidente Emile Lahoud il cui mandato scade alla mezzanotte di oggi. Se tutto filerà secondo le regole fissate dalla Costituzione, da domani le funzioni della presidenza libanese verranno assunte ad interim dal governo del premier Fouad Siniora. Lo sviluppo, pur non rappresentando una soluzione, segnala un passo indietro del blocco guidato da Hezbollah e sostenuto da Siria e Iran che pretendeva come unico candidato l'anziano e controverso generale maronita.
Prima di approdare in Libano, Massimo D'Alema aveva dovuto affrontare un fuoco di fila di domande sul caso di Abdullah Ocalan, il leader del Pkk - oggi detenuto - che nel 1998 approdò in Italia nel corso di un rocambolesco tentativo di sottrarsi alla caccia delle autorità turche. «Non potevamo consegnarlo perché allora in Turchia c'era la pena di morte», si giustifica D'Alema aggiungendo che «in Italia qualcuno era informato del suo arrivo, ma assolutamente non il governo».
Ritornando alla crisi scatenata dall'intensificarsi degli attacchi del Pkk, il capo della Farnesina ricorda che la soluzione «non può essere solo militare, ma anche politica». Il ministro condanna dunque, seppur implicitamente, l'ipotesi di messa fuori legge del partito filo-curdo presente in Parlamento con 21 deputati e accusato di contiguità con i ribelli del Pkk. Per D'Alema «la chiusura di un partito curdo sarebbe un messaggio molto pericoloso» in quanto potrebbe convincere molti cittadini curdi «che è giusto unirsi al Pkk».