Cosentino «condannato» dai garantisti di An

Roma. L’edizione domenicale del Secolo d’Italia in edicola ieri era dedicata al garantismo. «Prima la persona», il titolo del numero monografico del quotidiano di Alleanza nazionale, diretto da Flavia Perina. Che sul tema rimarca, con un articolo di Luciano Lanna, come la destra abbia dimostrato - con i casi di Stefano Cucchi e di Gabriele Sandri - di «possedere una cultura dei diritti radicata e fuori dal cliché “law&order”».
Su Cucchi e Sandri, dunque, il domenicale del Secolo fa meritoria professione di garantismo. E anche l’ex parlamentare Giulio Maceratini, intervistato sulla questione, ricorda come «l’impegno per il garantismo resterà sempre un punto qualificante della nostra avventura politica», rivendicando di aver già dal caso Sofri «invitato a riflettere sull’utilizzo dei pentiti, un abuso che ha raggiunto limiti davvero intollerabili». Probabilmente a causa dei tempi di stampa, invece, sul quotidiano di quella che fu An non si spende una parola per il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, raggiunto da una richiesta di arresto firmata dal gip di Napoli nel bel mezzo della corsa alla candidatura per la poltrona di governatore campano. E tirato in ballo proprio da una manciata di pentiti legati al clan dei Casalesi.
Su Cosentino, però, si sono espressi altri finiani. Palesando senza mezzi termini una posizione piuttosto intransigente nei confronti del politico casertano. A cominciare proprio dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Il quale, pochi minuti dopo aver ricevuto la richiesta d’arresto destinata alla giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio, ha spiegato chiaro e tondo il suo pensiero: far correre Cosentino per le regionali in Campania, secondo la terza carica dello Stato, non è «più nel novero delle cose possibili».
Su questa linea si è compattato il fronte dei fedelissimi di Gianfranco. Che in tv o sui giornali, di fronte alla bomba giudiziaria piovuta da Napoli, hanno mandato a Cosentino, insieme agli «auguri di pronto chiarimento» di rito, un messaggio molto chiaro. Italo Bocchino, per esempio, il cui nome è citato (una sola volta e de relato da un pentito) nell’ordinanza di arresto per Cosentino, in un’intervista a un quotidiano napoletano ha tenuto la posizione del suo leader, chiedendo dimissioni dall’esecutivo e rinuncia alla candidatura: «Nicola lasci il posto da sottosegretario, altrimenti questa storia rischia di danneggiare tutto il governo. Spero sia lui stesso a capirlo», il parere di Bocchino, prima di ricalcare il Fini-pensiero: «La sua candidatura non è più nell’ordine delle cose possibili». E sull’ipotesi che il sottosegretario invece non receda e non rinunci a correre per la presidenza della Regione, il vicecapogruppo del Pdl alla Camera si concede una battuta «da galera»: «E poi che fa? Se viene eletto, invece di andare a Santa Lucia, va a Poggioreale?».
Si resta più o meno nel coro registrando il commento sul tema del viceministro per lo Sviluppo economico, Adolfo Urso, che esprime «stima» e «apprezzamento» al sottosegretario, al quale manifesta «solidarietà», ma che poi spiega senza giri di parole come «in questo momento la sua candidatura alla presidenza della regione Campania appare francamente inopportuna».
Si spinge oltre un altro finiano di ferro, il parlamentare siciliano Fabio Granata, che oltre a bollare come «incompatibile e inopportuna» la candidatura di Cosentino, in un’intervista per l’edizione napoletana di Repubblica entra nel merito delle accuse. E pur premettendo di non voler «anticipare giudizi», a proposito delle affermazioni del sottosegretario che si dichiara «estraneo a questo contesto», Granata azzarda: «Anche se da ciò che emerge dagli atti non sembra che lo sia».
Intanto, sulla scrivania del presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, sarebbe arrivata la richiesta di alcuni consiglieri dell’Authority di aprire un’istruttoria sulla puntata che Annozero ha dedicato all’affaire Cosentino. Nella trasmissione di Santoro vi sarebbe stata infatti una «clamorosa violazione» del codice di autoregolamentazione per la trattazione televisiva di vicende giudiziarie.