Cosentino lascia gli incarichi Pdl Berlusconi: «Dimissioni respinte»

RomaAlla fine la colazione di lavoro all’hotel De Russie tra Berlusconi e Fini, che sancisce l’alleanza piena con l’Udc in Campania, termina con un amaro. Un digestivo che avrebbe dovuto bere il coordinatore regionale del partito nonché sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, da sempre contrario al patto coi centristi. Il quale, lungi dal tracannare l’amaro calice, decide di sbattere la porta e, in segno di protesta, lascia tutti gli incarichi. Di governo e di partito.
Dimissioni irrevocabili motivate con un sibillino «voglio liberare il campo da ogni strumentalizzazione in vista della campagna elettorale». Ma le grane con la giustizia (è indagato dalla Procura di Napoli per concorso esterno in associazione cammorristica, ndr.) c’entrano poco con la sua decisione di mollare tutto. In realtà Cosentino ha sempre visto come fumo negli occhi qualsiasi intesa con i centristi e allora passi la candidatura a governatore della Regione di Stefano Caldoro, ben accetto a Casini, ma non il via libera all’udiccino Domenico Zinzi, ufficialmente in corsa per la provincia di Caserta. Caserta, per di più: da sempre il vero e proprio feudo di Cosentino che, in quel territorio, aveva lanciato la candidatura del senatore Pasquale Giuliano. Per l’ormai ex coordinatore regionale della Campania l’abbraccio con l’Udc sarebbe mortale nonché basato solo sulla spartizione delle poltrone. Per Cosentino «gli elettori del centrodestra non capirebbero. L’alleanza non aiuta, anzi: ci fa perdere voti. Quelli poi - è il suo pensiero non dichiarato - pensano solo ad accaparrarsi assessorati e posti di potere».
E dire che mercoledì mattina, in un incontro con il premier a Palazzo Grazioli, il sottosegretario aveva provato in tutti i modi a convincere Berlusconi che «quel matrimonio non s’ha da fare». Invano, però. Una telefonata tra Berlusconi e Cesa tagliava la testa al toro e il patto si perfezionava fino a provocare il «non ci sto» del capo del partito campano. Dimissioni irrevocabili perché, rivendica, «in questo sono un casalese doc». Le redini del partito in Campania ora andrebbero al suo vice, l’onorevole Mario Landolfi. Ma che cosa può accadere ora? Cosentino assicura che «non farò mancare il sostegno al Pdl perché sono e resterò sempre un berlusconiano di ferro». Di certo, però, nella sua terra è potentissimo e amatissimo visto che consensi plebiscitari lo hanno lanciato prima in consiglio regionale (1995), poi alla Camera (1996). Fu Berlusconi a designarlo coordinatore del partito nel 2005 e fu l’exploit con la conquista di tre Province (Avellino, Caserta, Salerno) e ben 180 Comuni. Tanta gloria ma anche tanti nemici. Soprattutto interni: è nota, infatti, la guerra con il collega di partito ed ex parlamentare Alfredo Vito nonché la ruggine esistente con molti finiani, Italo Bocchino in testa. Tra gli anti Cosentino anche il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna e lo stesso Caldoro. Il resto del partito, soprattutto campano, resta con lui tanto che i presidenti delle Province di Napoli, Salerno e Avellino, Luigi Cesaro, Edmondo Cirielli e Cosimo Sibilia hanno chiesto un incontro a Berlusconi per chiedergli di respingere le dimissioni.
Dimissioni subito respinte dal Cavaliere con una nota ufficiale: «Non posso che invitarlo a continuare nel suo lavoro nell’interesse del partito e del Paese». Ma adesso il Pdl ha un timore: se Cosentino fosse irremovibile nella sua decisione, il partito perderebbe un uomo di peso. E che peso se perfino Bocchino, Carfagna e Caldoro in coro lo hanno pregato: «Ripensaci».