Cosmi, l’Udinese e il sogno europeo «Mi manda il Trap»

Tra 48 ore l’ex tecnico genoano guiderà i friulani all’esordio in Champions

Marcello Di Dio

nostro inviato a Udine

Dalla sponda perugina del Tevere a quella del Tago di Lisbona. La favola dell’«uomo del fiume», come si definisce nella sua autobiografia, continua. Anzi si accresce di un prestigioso capitolo. Tra 48 ore Serse Cosmi da Ponte San Giovanni salirà sul palcoscenico della Champions League.
Un sogno che si avvera.
«Beh, confesso che un sogno era già stato allenare la squadra del mio paese. Ora dopo nove anni di professionismo, nei quali sono cambiate tante cose, è una grande fortuna poter giocare in Champions».
Aveva già respirato l’aria europea con il Perugia.
«Sì, tre turni di Uefa dopo un Intertoto da record con cinque vittorie e un pareggio senza subire gol. È chiaro che questa è la coppa con la C maiuscola, quella alla quale tutti, dai dirigenti ai tifosi, vorrebbero partecipare. Ma il mio pensiero va anche a chi mi ha preceduto, a chi ha avuto la capacità insieme alla società di portare questo gruppo in Europa».
Già, Luciano Spalletti, ora alla Roma. Lo invidia?
«Uno dei motivi per il quale vivo con i miei problemi, ma in maniera serena, è che non nutro invidia per gli altri. E Spalletti ha meritato di andare ad allenare una grande squadra. Anche se come è successo per me a Perugia alla fine del ciclo, credo che abbia lasciato un po’ di cuore in Friuli».
A proposito del Perugia, potrebbe finire l’epoca Gaucci. E il Genoa perdere la A.
«Perugia e Genoa, come il Toro, sono maledette. Hanno un amore esagerato, incredibile da parte della tifoseria che spesso non viene ripagato nei fatti. Nei momenti migliori, quando sembra che tutto si sia risolto, succede qualcosa che li fa tornare in disgrazia. Mi auguro giudizi benevoli per Perugia e Genoa, ho sempre detto che i grifoni sul campo hanno strameritato di vincere».
Veleni, debiti fiscali, tutti contro tutti. L’ennesima estate demenziale del calcio.
«Quando accadono tante cose negative, non si può pensare che sia perché sbaglia solo qualcuno. Le persone si muovono in un contesto e il contesto calcio in questo momento non ha credibilità. E ci sono situazioni pittoresche: con gli ultimi sviluppi rossoblù siamo nel campo della psichiatria, difficile da analizzare per i comuni mortali ma solo per gli esperti in materia».
Ha tirato un sospiro di sollievo per essere andato via dal Genoa a rischio di C1?
«No, soffro molto. Sono grato all’Udinese che mi ha offerto una chance enorme, ma mi sento parte di quello che è stato fatto l’anno scroso. Darei qualsiasi cosa per vedere il Genoa in A».
Gaucci-Preziosi-Pozzo, tre presidenti molto diversi.
«Con Pozzo sono andato a cena un paio di volte. Mi sembra scorretto dare un giudizio, sono gli eventi che lo determinano. Con Gaucci il rapporto è stato intenso fino all’ultimo secondo. Con Preziosi è stato invece un rapporto basato sulle rispettive esigenze: io di allenare in una grande piazza, lui di avere un tecnico che i tifosi desideravano. La convivenza è andata bene per un po’, poi sono emerse le differenze nel vedere le cose del calcio e della vita».
Nel precampionato ha battuto addirittura Trapattoni.
«Ho la fortuna di sentirlo spesso, lui si pone sempre con grande umiltà mentre io spesso sono in imbarazzo. L’ho incontrato con piacere, mi ha dato qualche dritta sullo Sporting. Ma ai portoghesi ha detto di non averlo fatto...».
L’avversario nei preliminari è un osso duro.
«Ha più esperienza di noi a livello internazionale anche recente, vista la finale di Uefa. E ne temo la personalità, che potrebbe pesare nel doppio confronto. Sinceramente però le squadre si equivalgono, se dicessi che siamo inferiori e dobbiamo fare un miracolo sarei scorretto con giocatori, tifosi, società e me stesso».
Pensa già a Lisbona?
«Sì, ma serenamente, non sta diventando una fobia. Comunicare ansia alla mia squadra non è quello di cui abbiamo bisogno. Quando parlo con i miei giocatori dico sempre: “Cercate di sognare un gol decisivo”. Io lo facevo quando giocavo da ragazzino, inevitabilmente ti porta a scendere in campo con un certo spirito. Vorrei vincere e se giochiamo al livello che ho intravisto in questa squadra, le possibilità ci sono».
Qualcuno però dice che l’Udinese è ancora incompleta, dopo aver perso Pizarro, Jankulovski e Kroldrup.
«Bisogna essere onesti: la società ha operato come opera da sempre l’Udinese. Si vende Jankulovski e non si compra certo Zambrotta, ma si prendono giovani promettenti come Motta, Natali e Obodo o elementi come Candela che potrebbero ritrovare gli stimoli giusti e si dà un maggiore minutaggio a giocatori già in rosa come Muntari e Di Natale».
Ma se vincesse, a chi dedicherebbe il successo?
«Forse ai primi che ho incontrato tra i dilettanti del Pontevecchio. E magari anche a mio padre che non ha visto la mia vita, non solo calcistica».