A Cossutta la cifra più alta: «È la legge, sono qui dal ’72»

da Roma

Senatore Armando Cossutta, una vita da parlamentare.
«Dieci legislature, 36 anni consecutivi».
Recordman e ultimo dei mohicani: da comunista e da parlamentare sempre eletto.
«È vero, ho scoperto in questi giorni di essere una specie di decano del Parlamento... Anche perché chi ha più anzianità di me, tipo Andreotti o Colombo, ormai è senatore a vita».
Lei invece sempre eletto. Ricorda la prima volta?
«Fu nella primavera inoltrata del ’72. Una giornata di sole: ero emozionatissimo, mi feci a piedi da casa, a Monteverde vecchio, fino a Palazzo Madama. Indossavo l’unico abito da cerimonia che possedevo, un completo blu».
Cravatta rossa.
«Naturale».
L’impatto con il Senato?
«Entrai in punta di piedi: l’istituzione incuteva rispetto e timore. Non vi ero mai entrato, nonostante fossi da anni nella direzione nazionale del Pci. Prima della seduta ci portarono a fare una visita dell’edificio: l’aula mi sembrò imponente, con le due targhe ai lati della presidenza. E poi la splendida sala Maccari, con affreschi che riproducevano quadri visti solo sui libri di storia della scuola. Mi impressionò moltissimo anche la biblioteca: lì mi rifugiavo a preparare i discorsi, perché c’era silenzio e allora ci si documentava sul serio. Ma il primo discorso in aula lo feci solo due anni dopo».
Come andò la prima seduta in aula?
«Sedetti accanto a Bufalini, che mi faceva da cicerone. Si elesse il presidente, Amintore Fanfani: personaggio severissimo, incuteva rispetto anche a noi comunisti. Non un senatore veniva lasciato sostare al centro dell’emiciclo, né ci si poteva sedere ai banchi del governo, se non se ne faceva parte. Guai poi a leggere il giornale in aula, Fanfani una volta interruppe persino il presidente del Consiglio, per intimare al colpevole: “Chiuda quel giornale!”».
Non era proprio come adesso.
«Altri tempi, altra tempra. Anche se i quotidiani per la verità qualcuno li leggeva lo stesso, sotto il banco, di nascosto. Ma i discorsi parlamentari venivano seguiti e, da regolamento, Fanfani interrompeva anche i senatori che andavano fuori tema...».
Oggi non si riuscirebbe ad andare avanti, a furia di interruzioni. Dica la verità: li vede come marziani, i senatori di oggi?
«Non giudico. Però non si può non vedere la decadenza progressiva, una degradazione del costume parlamentare. Mi colpisce soprattutto certa violenza verbale, la volgarità di taluni interventi».
Nel frattempo sono aumentati anche gli appannaggi di cui i parlamentari godono. Ma anche voi eravate già dei privilegiati?
«Avevamo certo dei benefit, ma non esisteva il portaborse pagato dall’istituzione, né si facevano i viaggi all’estero con tanta facilità».
Anche voi viaggiavate.
«Be’, io per tre anni ho girato il Paese in lungo e in largo, come presidente della commissione bicamerale per l’autonomia regionale. Un lavoro che ci permise di compilare quattro volumi di indagine che porto sempre con me. Un quadro completo di quello che era il Paese reale».
Conoscevate il Paese, invece di girovagare per l’estero.
«In effetti alcuni dei viaggi che si fanno oggi, senza offesa, hanno più un sapore turistico che parlamentare. Dopo aver rifiutato tutte le offerte, finalmente mi sarei mosso per andare a Parigi all’Unione interparlamentare... Invece s’è interrotta la legislatura, peccato».
A che serve che i parlamentari vadano all’estero?
«Credo molto nell’Unione interparlamentare, un organismo che potrebbe far sentire la voce dei Parlamenti mondiali, e dunque diversa dall’assemblea dell’Onu, dove sono rappresentati i governi. Ma trovo molto pericolosa la diplomazia parlamentare: si tratta di viaggi o no indispensabili o che rischiano di differenziarsi dall’azione del governo».
Anche voi avevate dei privilegi, comunque.
«Il maggiore forse era il cosiddetto “ovo”, cioè il tesserino a forma ovale che consentiva di viaggiare gratis sui treni».
Quanto guadagnavate?
«Non ricordo la cifra esatta, ma certo eravamo privilegiati rispetto alle condizioni dei lavoratori. Noi comunisti davamo metà dei soldi al partito e alla fine restava uno stipendio da impiegato di prima categoria. Anche le diarie di soggiorno venivano concesse con severità estrema».
Poi le spese si sono gonfiate a dismisura. Anche lei presto riceverà una bella indennità di solidarietà.
«Dopo 36 anni di attività. È la legge che lo prevede».
Sentirà la mancanza del Palazzo: pentito di aver lasciato spazio ai giovani?
«Alla mia età si deve. Anche se ne avrei da dire e da fare...».