Costa contro la fame di fama

La voglia di emergere nel brulicante mondo dello spettacolo, le attese per un provino consumate a Cinecittà con in tasca il sogno di strappare una scrittura, il gossip imperante che gravita sui nuovi talent della tivù costretti, per mediocrità o furbizia, a far leva sul gossip allo scopo di conquistare un briciolo di popolarità, magari come opinionisti o ospiti fissi in una trasmissione. È questo il sugo dello spettacolo di Antonello Costa «Fame» che debutta stasera al Teatro Anfitrione, fino al 14 marzo. «Fame» (scritto in inglese, ma letto in italiano) è un titolo «doppia faccia» per uno spettacolo scritto e diretto dal comico siciliano, che in centoventi minuti di divertimento, mescola satira di costume e riflessioni sull’uso indiscriminato della tivù, per raccontare una bulimia di successo che sembra aver contagiato tutti. O quasi.
L’ingordigia da successo, alla fine, non porterà molti a una colossale indigestione? Sembra essere questa la molla che ha spinto l’autore di macchiette esilaranti come Tony Fasano e Sergio «l’esaurito» a scrivere un nuovo copione. «Non pensavo alla fame come privazione del companatico, ma a una voglia di successo che per un’artista è alla base della professione - spiega Antonello Costa che torna in scena con un canovaccio improntato sulla voglia pazza di uscire dall’anonimato - in primo piano ho messo la solita Italia dell’apparenza, quella che farebbe di tutto per diventare un personaggio televisivo e riscuotere un minimo di visibilità».
Quattro ballerine, omaggi musicali a Carosone, Modugno e Michael Jackson, e tre attori in proscenio per due ore di divertimento che friggono lo spettatore a fuoco allegro. Il popolare cabarettista, in scena con la sorella Annalisa Costa e l’attore Gennaro Calabrese, darà vita a un gioco di illusioni ed effetti speciali, macchiette e canzoni, che spiegheranno al pubblico cosa significa, per un attore, ambire ad essere il numero uno. «Sul palco farò di tutto, canterò, mimerò, e ballerò come se fossi impegnato in un provino per avere una scrittura - dice l’attore, che ogni sera coinvolgerà uno spettatore, prendendolo di petto e facendo finta che si tratti di un provinato a caccia di notorietà -. Fame è uno spettacolo comico leggero, ma venato di piccole verità. È una parodia che lascerà il segno. Non capisco, infatti, questo bisogno di essere famosi a tutti i costi, forse, se non avessi fatto televisione non sarei diventato così popolare, ma avrei continuato lo stesso a scrivere per il teatro e a stare in scena con la mia compagnia collaudata. La prova è che non ho accettato di fare Zelig, come invece hanno fatto tanti colleghi: non potevo in pochi minuti sfogare tutta la mia comicità».