CostantiNapoli

Il 2 gennaio sono tornato da Istanbul vomitando (un’intossicazione alimentare, forse un’influenza, non ho ancora capito) e la prima notizia che ho letto su un giornale italiano è stata questa: «In Turchia primo caso umano di aviaria». Dopodiché sono stato male per altri tre giorni, e insomma ho consolidato la mia eccellente impressione sulla Turchia dopo esserci tornato per la terza volta. Io, a coloro che parlano di Turchia in Europa, ripeto sempre la stessa cosa: andateci e poi ditemi, ditemi se potrà mai essere Europa. Però in questo caso mi hanno un po’ fregato. Una guida turca, di fronte al caos, alla puzza orrenda, alla sporcizia indicibile, alla coltre di smog, al traffico pazzesco, ai clacson impazziti, agli aromi delle spezie che si mischiano alla puzza di piedi delle Moschee, ai vicoli dove tutti vendono tutto, ma proprio tutto, e dove è tutto falso, rifatto, contraffatto, dove non trovi un bagno, dove se lo trovi è solo per uomini, laddove il canto registrato del muezzin ti stordisce e ti confonde, questa guida turca, insomma, ha detto: «CostantiNapoli». E addio. Ha ragione lui. Così come ha ragione Giorgio Bocca ad aver titolato un suo libro Napoli siamo noi. Così come ha ragione Aldo Cazzullo del Corriere della Sera nel dire che l’Italia è andata meridionalizzandosi, che i Borboni sono ormai dappertutto. Quisquilie a parte (diritti civili, libertà represse, religioni proibite) loro possono sempre additare il tuo passato, spesso il tuo presente, e dirtelo: CostantiNapoli.