Costantinopoli dall’altra parte della barricata

La presa di Istanbul vista da Tursun Bey, cronista di corte di Maometto II il Conquistatore

Quella che per taluni era stata la «caduta» di Costantinopoli, per altri fu la «conquista» di Istanbul, nuova splendida capitale dell’ecumene islamico. Caduta contro conquista, Costantinopoli contro Istanbul: gran parte del fascino della cronaca di Tursun Bey sta in questa dialettica, indicata da Michele Bernardini nella sua introduzione a La conquista di Costantinopoli (Mondadori, pagg. 298, euro 16).
Tursun Bey era il cronista di corte di Maometto II il Conquistatore, il sultano turco che espugnò Costantinopoli il 29 maggio 1453. Un evento che sconvolse tutto il mondo cristiano, orientale e occidentale, per una volta unito nell’esecrazione e nello sgomento, più che altro per il significato simbolico della presa della «seconda Roma», visto che l’impero bizantino era comunque già ridotto all’ombra di se stesso. Abbiamo molti racconti di storici greci e latini che narrano e commentano l’evento. Ma qui la prospettiva è rovesciata: Tursun Bey ci mostra il punto di vista dei turchi. E, ovviamente, quella che per i cristiani fu una catastrofe, rifulge qui come la stella più luminosa nel firmamento di un sovrano grande e saggio, che portava il nome stesso del Profeta, il sublime Maometto II, «Signore delle due Terre e dei due Mari».
La conquista di Costantinopoli di Tursun Bey è stata ora tradotta (da Luca Berardi) in una nuova collana della Mondadori, intitolata «Islamica» e meritoriamente votata a far conoscere il mondo islamico agli occidentali, ma anche a far capire agli stessi musulmani quanto la loro tradizione sia più ricca e sfumata di quanto pretende la monotona balbuzie culturale degli integralisti. L’ignoranza è un male che alligna ovunque, e le versioni approssimative tanto del cristianesimo quanto dell’islamismo sono quelle che oggi godono di maggior fortuna. Così rileggere la cronaca turca di Tursun Bey, in un momento in cui in Turchia si sgozza chi stampa la Bibbia, ha comunque un valore educativo.
Tursun Bey è un musulmano devoto: molto più di Maometto II, che non appartiene alla razza dei guerrieri della fede ma a quella dei grandi condottieri e imperatori, alla stirpe di Alessandro Magno, di Gengis Khan, di Giulio Cesare: un uomo che guarda oltre i confini della sua stirpe e del suo credo, che sogna un impero universale in cui si mescolino razze e religioni. Maometto II fu visto in Occidente come un mostro sanguinario, un diavolo sterminatore. Ovviamente, in Tursun Bey la prospettiva è opposta. Gli infedeli cristiani sono brutali, stolti e vigliacchi, mentre il Turco si distingue per valore e saggezza.
Bernardini suggerisce di confrontare le due diverse versioni dell’ingresso del Sultano nella chiesa di Santa Sofia. I resoconti cristiani sono cronache dell’orrore. La leggenda diceva che Maometto II in persona aveva violentato sull’altare maggiore, ponendole un crocefisso come cuscino, la figlia del granduca bizantino. E nell’esecrazione del turco l’indignazione dei fedeli si sommava a quella degli umanisti, commossi dalla fine dell’ultima capitale imperiale. Spesso, il fedele e l’umanista erano la stessa persona, come Enea Silvio Piccolomini, il grande dotto che poi diventerà papa col nome di Pio II: «I turchi sono gente discendente dagli sciti, che viene dalla profonda barbarie. Ravvoltolati nella libidine tengono in poca considerazione lo studio delle lettere». I turchi sono paragonati ora ai troiani e ora ai persiani: dall’altra parte ci siamo comunque sempre noi, gli eredi dei greci.
Tursun Bey, che accompagnò Maometto II al suo primo ingresso in Santa Sofia, racconta ovviamente una storia diversa. Dice che il Sultano si rammaricò dello stato pietoso di alcune parti dell’edificio, ammirò la bellezza e l’ingegnosità della cupola e sospirò sulla caducità delle cose terrene. Altri aggiungono che, vedendo un soldato turco danneggiare una lastra di pietra, lo cacciò a bastonate.
Ovviamente, l’agiografia pareggia la leggenda nera quanto a esagerazione. Maometto II non era un barbaro, era circondato da intellettuali e artisti occidentali, ma era anche uno spietato uomo d’azione. A un certo punto Tursun Bey si compiace parlando dei soldati turchi che con le loro sciabole fanno a fette gli infedeli «come si trattasse di cetrioli». Può comunque essere curioso sapere che il nemico in questo caso è rappresentato da Vlad della Valacchia, il principe che diede origine alla leggenda di Dracula, noto anche come «l’Impalatore», per il trattamento che riservava ai turchi. Insomma, per parafrasare Lenin, la storia, come la rivoluzione, non è un pranzo di gala. Meglio ricordare le pagine in cui Tursun Bey esalta, in Maometto II, «la delizia del perdono e della benevolenza» che trionfa sulla durezza della legge islamica, la sharia. Citando un proverbio che alcuni islamici, oggi, hanno dimenticato: «La generosità vince la sharia».