Costanza Girardengo: «La bicicletta e l’Italia i valori di mio nonno»

«In tempo di guerra donò tutti i suoi trofei alla Nazione»

Paolo Bertuccio

Quante volte sarà passato sull’Aurelia, a poche decine di metri da qui. Milano-Sanremo a profusione, qualche tappa del Giro, ma soprattutto gli allenamenti lungo la riviera di Ponente, a febbraio, ogni anno della sua lunga carriera. Costante Girardengo, il primo Campionissimo, oltre che nella sua adorata Novi Ligure ha lasciato qualche ricordo anche qui, nel Savonese.
Per esempio, in occasione dell’arrivo di una tappa di un recente Giro d’Italia, Varazze gli ha dedicato un ricordo. Un convegno in suo onore, cui hanno partecipato esperti di ciclismo, ex corridori ed una signora che può dirsi la principale depositaria della memoria dell’Omino di Novi, non soltanto perché porta lo stesso cognome e, quasi, lo stesso nome. Costanza Girardengo è la figlia di Luciano, il secondogenito del campione e, come a sottolineare il legame della famiglia con questi luoghi di mare, risiede ad Albissola Marina. Non si è mai occupata di ciclismo in senso stretto, ma ha sempre portato avanti due missioni: da una parte l’insegnamento, forte della sua laurea in Matematica, dall’altra la conservazione e la tutela del ricordo del suo adorato nonno. Tutela che si è resa necessaria a partire da quel giorno del 1993, quando le radio cominciarono a promuovere il nuovo singolo di Francesco De Gregori, quello che raccontava la storia, come da titolo, del Bandito e del Campione.
«Un fulmine a ciel sereno», ricorda la signora Costanza. «Non sapevo neanche chi fosse Sante Pollastro, finché non ho ascoltato la canzone. Restai un po’ scioccata nel sentire accostare il nome del nonno a quello di un assassino. Non c’era affatto amicizia tra i due, e l’unica volta che si incontrarono fu al Velodromo di Parigi. Subito dopo, lessi su un giornale le precisazioni del cantautore, che spiegava come il testo del brano, pur prendendo spunto da quel famoso episodio, fosse una favola, il frutto della fantasia sua e del fratello poeta. A quel punto pensai che non era il caso di chiedere spiegazioni e considerai chiusa la vicenda. Però...».
Già: c’è un però. La canzone dell’artista romano, infatti, ha gettato, se pur involontariamente, un’ombra tanto sinistra quanto ingiustificata sulla fama del Campionissimo.
Molti, in genere i più giovani o comunque tutti coloro che prima dell’uscita del disco non sapevano neppure chi fosse Girardengo, adesso sono sinceramente convinti che l’Omino di Novi passasse il suo tempo con un pericoloso delinquente.
Sono solo canzonette, si dirà, ma è perfettamente comprensibile che la signora Costanza, ogni qualvolta si presenti l’occasione, difenda a spada tratta, senza peraltro abbandonare i propri modi gentili, la verità. Che è quella di un uomo legato a valori antichi: onesto, leale e generoso, a tal punto che dei suoi cimeli e trofei non sono rimaste che poche briciole.
«Proprio così: mio nonno provava un grande amor di patria. In tempo di guerra, quando gli italiani furono chiamati a donare oro alla nazione, lui non ci pensò due volte e consegnò tutti i trofei, tenendo per ricordo soltanto qualche medaglia». Anche le maglie, quelle delle squadre per cui Girardengo correva ma anche le numerose tricolore di campione d’Italia, hanno subìto una curiosa diaspora: «Mia nonna conservava le maglie del marito come reliquie, in un cassettone del comò. Purtroppo, venne a mancare qualche anno prima di nonno Costante, il quale, negli ultimi anni di vita, non si faceva problemi a regalarne una a chiunque venisse a trovarlo. Gli piaceva rendere partecipi gli altri delle sue gioie e dei suoi ricordi».
È giusto, dopo che molti hanno narrato le imprese dello sportivo, tentare un ritratto dell’uomo Girardengo. Ed è giusto che a farlo sia quella nipote che, quando era bambina, Costante portava a passeggio per Novi vestita a festa, per mostrare orgoglioso a tutti uno dei suoi più importanti trofei. Un uomo che non parlava quasi mai, in famiglia, della propria attività agonistica. «Mi rendo conto solo adesso di non sapere quasi nulla delle corse di nonno Costante. Quello che posso dire è che per lui la bicicletta da una parte era un lavoro da prendere estremamente sul serio, con allenamenti duri e una ferrea condotta di vita. Dall’altra parte, però, era un divertimento, la cosa più naturale che potesse fare». Anche per questo la sua carriera si è conclusa a quarantatrè anni, un’enormità per l’epoca, e come letteralmente a volte Girardengo pedalasse col sorriso sulle labbra si può immaginare ascoltando uno dei pochi episodi di gara conosciuti dalla signora Costanza: l’Omino, ormai a fine carriera, è in fuga con il giovane Bini. Quest’ultimo è fiducioso che, da un momento all’altro, stia per arrivare il crollo del suo glorioso ma anziano avversario. Niente di tutto ciò: Girardengo lo guarda, gli sorride e gli grida: «Alé, alé, Bini!» e scatta. Non lo prenderà più nessuno.
Un uomo schivo e modesto, il Campionissimo, ma non al punto di disertare le tantissime cerimonie, commemorazioni e premiazioni a cui uno sportivo di successo viene invitato, una volta conclusa l’attività agonistica. «Lì poteva rivedere vecchi compagni di squadra o avversari. Il suo mondo era quello, e poi le soddisfazioni non mancavano neanche in quelle occasioni: l’allora Presidente della Repubblica Saragat, conferendogli un’onorificenza, lo abbracciò e lo chiamò “el mè campiùn piemuntès”». Piemontese sì, ma idolo delle folle di tutta Italia, di un’Italia in bianco e nero che ormai non c’è più. Forse anche per questo dobbiamo tenercelo stretto.
(4-fine)