Costanzo dottore in giornalismo: inventai il talk show per caso

Sotto la toga e il tocco (il cappello) da cattedratico ammette di sentirsi un po’ a disagio: «Metti che mi scappa un congiuntivo...». A guardarlo dai bordi dell’aula magna c’è il figlio Saverio, regista, laureato anche lui allo Iulm di Milano: «Quando discusse la tesi io ero fuori dall’aula, preoccupato, come qualsiasi padre in attesa del risultato» ricorda Maurizio Costanzo. Ieri è toccato a lui, all’inventore di Bontà loro, Grand’Italia e Maurizio Costanzo show, laurearsi in quello stesso ateneo. Dottore ad honorem in «Giornalismo, editoria e multimedialità», celebrato dall’ateneo milanese come maestro della comunicazione», come negli anni passati Fedele Confalonieri, Mike Bongiorno, Alberto Sordi.
Motivazioni espresse dal rettore Giovanni Puglisi e poi dal semiologo Alberto Abruzzese: «Costanzo è un palinsesto vivente», dice il prof, sperimentatore e pioniere di quel genere nuovo di tv, il talk show, che ha portato la parola a superare l’immagine nel «testo» televisivo. «Costanzo è il principe di questo genere» dice il ministro Sandro Bondi, ospite della cerimonia. «Il Costanzo show è stato un romanzone d’appendice del Paese, lo ha messo in scena, non è stato solo un salotto ma un lettino piscoanalitico per una nazione intera, grazie a lui l’Italia ha lavato catodicamente la sua coscienza», dice un ispirato Bondi. Costanzo ascolta le lodi a Costanzo, rimugina seduto vicino a docenti, presidi e rettore. Quando viene il suo turno lascia perdere il foglietto su cui ha scritto la sua Lectio doctoralis, e va a braccio. Scherza: «Dopo questa flebo di complimenti avrei tanta voglia di parlare male di me». Poi seriamente: «È vero, la tv è figlia della parola, tant’è che io ho cominciato in radio» racconta Costanzo, dopo che prima di lui era stata snocciolata l’infinita serie di collaborazioni, programmi, fiction, testi teatrali, sceneggiature per film, anche canzoni (Se telefonando...) a cui ha lavorato Maurizio Costanzo in 50 anni di lavoro. Bontà loro fu il programma della svolta, e insieme l’inizio di Costanzo come genere tv, ancora più che come autore tv. «Angelo Guglielmi mi propose quella fascia oraria, dalle 22.40 alle 23.15, quando gli italiani erano già a letto, secondo le convinzioni di Ettore Bernabei, l’allora direttore generale della Rai. La prima puntata ci andai senza cravatta, tanto chi ci vede? pensai. Invece facemmo 5 milioni di telespettatori. La seconda puntata 13 milioni. Un giornale parlò di talk show. Io chiamai Guglielmi e gli chiesi che voleva dire. “Aspetta che mi informo” mi rispose, e dopo un po’ mi richiamò per spiegarmi quello che avevamo inventato». Da lì parte lo show della parola (e anche il rito scaramantico di Costanzo di non indossare la cravatta in tv).
La laurea è anche alla multimedialità, ma sul versante internet Costanzo è piuttosto scettico: «Tutti sono fissati con ’sto Facebook, pare che non se ne possa a fare a meno. Pure Second life, c’è gente che su Second life ha una fidanzata, il lavoro, la macchina, mentre nella vita reale è disoccupato, ha la macchina scassata e la fidanzata l’ha lasciato. Guardate che internet sta creando dei disadattati».
Costanzo dedica la laurea ai genitori: «Erano due impiegati statali, avevano il mito del posto fisso. Non capivano perché volessi fare il giornalista, ma assecondarono lo stesso questo mio desiderio».