Costituzione, referendum il 25 giugno

D’Alema: «Prodi mi vuole ministro? Solo se me lo chiedono tutti»

Anna Maria Greco

da Roma

Gli italiani voteranno il 25 e 26 giugno per confermare o bocciare la riforma costituzionale che introduce la devoluzione. La data del referendum è stata fissata ieri dal Consiglio dei ministri.
Per il leader dell’Unione e prossimo capo del governo Romano Prodi la data «non è certo l'ideale, perché l'Italia sarà già con le scuole chiuse e in un periodo di vacanze, ma faremo ugualmente uno sforzo per andare in largo numero a votare». E il centrosinistra si prepara a schierarsi compatto per il «no», per cancellare cioè la riforma sul federalismo della Cdl, tanto voluta soprattutto dalla Lega.
Anche il comitato promotore del referendum, presieduto da Oscar Luigi Scalfaro, fa sapere che «non è certamente una data che favorisce una larga partecipazione al voto». Ma annuncia il via alla campagna di informazione e mobilitazione per il no. Sicuri che «la grande maggioranza degli italiani sarà pronta anche a fine giugno a difendere con il suo voto i principi e i valori della Costituzione repubblicana», i promotori apprezzano il fatto che le confederazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, abbiano posto al centro delle iniziative del primo maggio anche l'impegno per la difesa della Costituzione. Il neosegretario Raffaele Bonanni annuncia intanto che la Cisl si schiera per il no al referendum.
Nel centrodestra, mentre la Lega approva la data e An assicura che si sta già organizzando per il sì, la posizione più incerta è quella dell'Udc. Deciderà, spiega il leader Pier Ferdinando Casini, nell’ufficio politico della prossima settimana. L’ex segretario Marco Follini ha annunciato mercoledì che voterà no, per «tornare a uno spirito costituente», salvando le parti buone della riforma e approfondendo quelle controverse. E Mario Tassone, vicesegretario vicario dell'Udc, conferma che per il partito «il tema esiste e va approfondito». Critico verso Follino il leghista Roberto Calderoli, che lo accusa di non essere coerente; mentre Domenico Nania di An gli ricorda che così resterà in vigore la riforma dell’Ulivo del 2001. Di ieri è il commento favorevole alla posizione folliniana di Paolo Cirino Pomicino, neodeputato della Dc, che però ha ricordato che senza il sostegno dell'Udc la riforma non sarebbe passata. Ma il segretario del suo partito, Gianfranco Rotondi, precisa di essere pronto a difendere la riforma che ha votato, contrariamente a Pomicino. «Bravo», dice Mario Segni a Follini per la sua idea della Costituente. «Penso che sia i riformatori di sinistra che i riformatori liberali come Follini e Tabacci corrono insieme in questa battaglia». Francesco D'Onofrio, relatore centrista al Senato della riforma, si augura che l’Udc s’impegni per la conferma. «Deciderà il partito, ma mi batterò per il sì», concorda il capogruppo alla Camera Luca Volontè.
Quanto ad An, «Fini ha già costituito un comitato che si occupa solo della propaganda del referendum e tutto il partito è impegnato», garantisce Ignazio La Russa. «È una riforma in cui An ha messo molto del suo - spiega - in particolare il federalismo che si determina è quello sostenibile, assai diverso da ipotesi una volta auspicate dalla Lega, che in qualche modo vagheggiava la secessione». Voterà sì anche il ministro delle Comunicazioni, Mario Landolfi: «Ho avuto una posizione critica sulla riforma, ma non confermarla significherebbe riportare in vita il titolo V della Costituzione, un disastro».
Ma a Prodi, che cosa converrebbe? «Se vuole governare, che vinca il sì al referendum», è sicuro il coordinatore dei Riformatori Liberali, Peppino Calderisi. «La riforma - spiega - sottrae la fiducia al Senato, accresce i poteri del premier, ridimensiona l'eccesso di competenze attribuite alle regioni, rimediando ai pericoli per l'unità nazionale del federalismo sgangherato del titolo V dell'Ulivo, come ha affermato Augusto Barbera, costituzionalista Ds».