Il costo dell’indagine non fatta: 200 milioni dei risparmiatori

Una decina di banche ha scaricato gli ammanchi sui piccoli azionisti, vendendo i titoli dell’impero di Collecchio che già sapevano sull’orlo del fallimento

da Milano

Quasi 200 milioni di euro: questo il valore del debito «girato» ai risparmiatori dalle banche nell’ultimo anno prima del crac Parmalat, dichiarato il 27 dicembre 2003. In quei dodici mesi alcuni dei maggiori gruppi bancari italiani si sono liberati dei titoli del gruppo di Collecchio, ormai divenuti scottanti, ma soltanto per loro: non per gli ignari risparmiatori, ai quali sono stati venduti anche quando il destino di Parmalat era ormai segnato.
Un documento della Banca d’Italia (che Il Giornale pubblica nella rielaborazione del Sole24ore) mostra i preoccupanti contorni della vicenda. Ad avere in portafoglio obbligazioni Parmalat, al 31 gennaio 2000, sono soprattutto dieci banche: Citibank, Banca Intesa, Bnl, Capitalia, Sanpaolo Imi, Banca Popolare Milano (Bpm), Banca Popolare Italiana (Bpi), Deutsche Bank, Monte dei Paschi (Mps) e Unicredito Italiano: in tutto sono 179,6 milioni di euro. Da metà anno in poi, iniziano le vendite: sia pure con qualche oscillazione, gradualmente il «monte bond» si riduce fino a scendere, il 31 marzo 2002, sotto i 90 milioni di euro.
Ma da quel momento in poi, le banche cambiano strada e ricominciano ad acquistare obbligazioni del gruppo di Collecchio, riportando il totale prima a 124 milioni - al 30 giugno - per chiudere poi l’anno con quasi 230 milioni di euro in bond della multinazionale guidata da Calisto Tanzi.
Ancora per poco, in realtà: il 2003 è destinato a essere l’ultimo anno della vecchia Parmalat. E le banche dal 31 gennaio iniziano a svuotare i portafogli: al 30 giugno il totale è già dimezzato, poco più di cento milioni.
Intanto, i segnali della crisi sono già più che evidenti: nel febbraio 2003 il titolo Parmalat crolla, dopo l’annuncio di un nuovo prestito obbligazionario da 300 milioni, respinto dagli investitori. A marzo, la Consob accende un faro sulla società, chiedendo insistentemente informazioni: ma in aprile, un nutrito gruppo di banche firma il piano di salvataggio della Parmatour, la società turistica della famiglia Tanzi. Le stesse banche che intanto continuano a rifilare obbligazioni del gruppo ai risparmiatori e a svuotarne i loro portafogli: al 30 settembre il «monte bond» si è ridotto a 95 milioni di euro.
Il gruppo di Collecchio corre sempre più verso il baratro, né lo aiuta l’ultima ondata di acquisti da parte delle banche, che a fine ottobre possiedono di nuovo obbligazioni per oltre 199 milioni di euro: la stragrande maggioranza, circa 111 milioni, detenuta da Bpi, che solo un mese prima ne aveva poco più di sei milioni.
Poi, la situazione precipita: il 4 dicembre Calisto Tanzi e il figlio Stefano chiedono aiuto a Mediobanca, perchè la società non è in grado di far fronte al pagamento dei bond da 150 milioni che scade di lì a quattro giorni. Il 6 dicembre, i Tanzi ammettono di fronte alle banche creditrici più importanti - Sanpaolo Imi, Intesa e Capitalia - che in Parmalat c’è un buco di 9 miliardi: saranno in realtà quasi 14 e mezzo, come si scoprirà in seguito. Ma intanto, la grande corsa è partita: dal 30 novembre al 30 dicembre le banche vendono bond per 145 milioni, la sola Bpi ne liquida 96. Quando Parmalat viene dichiarata insolvente, a fine dicembre, l’operazione è compiuta; nei portafogli delle banche sono rimasti solo 31 milioni di euro di obbligazioni.