«Il costo del lavoro? L’abbiamo già ridotto»

Antonio Signorini

da Roma

Destra e sinistra, sindacati e datori; tutti sono d’accordo nel ridurre il costo del lavoro. Le differenze cominciano a emergere quando si tratta di capire il come, il quando e, soprattutto, dove si cercheranno le risorse per coprire il taglio. La proposta di Romano Prodi di abbattere di cinque punti percentuali la contribuzione e gli oneri impropri ha portato il tema del lavoro al centro della campagna elettorale e continua a tenere banco nel dibattito politico. Il centrodestra ha ricordato che la stessa proposta fa parte del programma elettorale della Cdl oltre che dell’elenco delle cose fatte in questi cinque anni. «La stessa cosa che ha detto Prodi - ha osservato ieri il ministro dell’Economia Giulio Tremonti - l’ha detta anche Berlusconi: ridurremo di un punto percentuale progressivamente il costo del lavoro. Ma c’è una differenza: noi l’abbiamo già fatto con questa Finanziaria, mentre Prodi ha fatto l’Irap». Il governo ha già cominciato a tagliare quest’anno il costo del lavoro di un punto percentuale, ha ricordato anche il ministro del Welfare Roberto Maroni. Ma cinque punti tutti in una volta, ha aggiunto, «mi sembra una battuta elettoralistica».
Il problema è appunto quello della copertura. Un taglio di cinque punti, secondo Maroni può essere realizzato «solo se si riduce la contribuzione al 27 per cento, il che vuol dire che i lavoratori avranno una pensione minore, o se si sfora il tetto del 3 per cento del deficit-Pil o se si innalza la pressione fiscale da un’altra parte». D’altro canto - ha ricordato l’esperto di pensioni Giuliano Cazzola - un taglio simile a quello ipotizzato da Prodi faceva parte della riforma previdenziale, ma fu bocciato perché i sindacati temevano ripercussioni sui contributi e quindi sull’entità delle pensioni future. Tagliare a scapito dei conti pubblici? Non si può, ha ricordato ieri il direttore del Fondo monetario internazionale Rodrigo Rato.
Rimangono in campo le due ipotesi di copertura più accreditate anche tra i tecnici dell’Unione: elevare i contributi che pagano i lavoratori autonomi e i lavoratori a progetto o aumentare le imposte sul reddito, mandando in soffitta il secondo modulo della riforma fiscale varata dall’esecutivo Berlusconi. «È un po’ come far rientrare dalla finestra quello che si è fatto uscire dalla porta», osserva il viceministro all’Economia Giuseppe Vegas. «Se faccio aumentare la contribuzione degli autonomi incoraggio il lavoro nero. Se poi facciamo anche crescere la contribuzione dei Cocopro, che possono contare su prestazioni previdenziali inferiori a quelle degli altri, allora è veramente suicida». Bocciata anche la strada di aumenti dell’Ire, l’imposta sul reddito. «Significa - aggiunge Vegas - sottrarre risorse ai lavoratori e ai cittadini», deprimendo i consumi. Prodi ha escluso di voler battere questa strada. Eppure le indicazioni che vengono da parti importanti della sinistra vanno proprio verso questa direzione. Ieri, ad esempio, il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani durante un comizio ha fatto un appello alla «progressività fiscale» che suona molto come un invito a colpire, almeno, i redditi più alti.
L’altra possibilità è che il Professore ci ripensi e ridimensioni i suoi piani. A chiederlo è ad esempio un economista ascoltatissimo a sinistra come Tito Boeri che, dal sito lavoce.info, ha proposto a Prodi di limitare il taglio del costo del lavoro ai percettori di salari bassi.