Costretta a prostituirsi con i riti «voodoo»: in manette una nigeriana

Minacciata di morte, soggiogata con rituali voodoo, costretta a una vita d’inferno. La sua aguzzina, una 39enne nigeriana sposata con un italiano, è finita in galera. Arrestata dai carabinieri del nucleo operativo di via In Selci dopo un’indagine durata mesi. Le accuse? Tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e della permanenza nello Stato di stranieri clandestini.
Per più di un anno una giovane nigeriana è finita sul marciapiede, a «lavorare» nelle strade buie che si snodano lungo la pineta di Castelfusano, a Ostia. Via della Villa di Plinio, via del Lido di Castelporziano, il lungomare di levante e la via Cristoforo Colombo.
E.U., originaria della Nigeria, le aveva promesso un lavoro onesto, un permesso di soggiorno, una tranquillità che in patria non avrebbe mai avuto. Servivano, però, cinquantamila euro, il prezzo da pagare per ottenere carte e documenti in regola con la legge. Jasmine, chiamiamola così, le aveva creduto e ceduto tutti i suoi risparmi a coprire almeno le spese del viaggio. Ma dal novembre del 2006, cioè dal momento del suo ingresso in Italia, per lei inizia un incubo. Un orrore fatto di segregazione e botte. Soprattutto il terrore che per lei e i suoi cari finisse male, condannati da forze oscure che li avrebbero «posseduti» prima ancora di farli morire tra atroci tormenti. Sacerdotessa del male la connazionale che ogni giorno le requisiva il denaro incassato durante la notte fra i viados brasiliani e le escort russe e albanesi che popolano la movida del litorale.
Mesi passati con la paura negli occhi e il timore di non venirne più fuori. Fino a quando Jasmine trova la forza e il coraggio di raccontare tutto ai militari. Usa uno stratagemma per allontanarsi in tutta fretta dall’appartamento nel centro storico di Roma in cui è rinchiusa durante il giorno. Basta un’ora per mettere nero su bianco diciotto mesi di continui maltrattamenti. A carabinieri e magistrati servono però le prove. Per averle basta seguire i movimenti della donna e di suo marito, filmare e fotografare i loro spostamenti, ascoltare i loro discorsi al telefono. Un lavoro investigativo che permette agli inquirenti di scoprire, e liberare, un’altra schiava dell’indagata. Anche lei entrata illegalmente nel nostro paese e finita per strada. Quanto basta al giudice per le indagini preliminari per emettere il provvedimento di custodia cautelare in carcere.