Costruzioni, il made in Italy punta sui nuovi mercati

Grandi lavori e grandi manovre. I costruttori italiani reagiscono alla crisi con nuove commesse, soprattutto all’estero: sono proprio i mercati e i committenti stranieri a garantire il lavoro e i profitti alle nostre imprese. Secondo i dati dell’Ance, l’Associazione di categoria, l’estero vale oltre il 50% del fatturato dell’edilizia. Ma per i colossi questo dato supera anche l’80%.
Nei giorni scorsi una nuova conferma: il gruppo Astaldi (2 miliardi di fatturato e 9 di portafoglio ordini), ha acquisito una commessa da 680 milioni di dollari in Perù, a Cerro del Aguila, per la realizzazione di un progetto idroelettrico; Astaldi è capofila di un consorzio al quale partecipa per il 50%. Il gruppo nel primo semestre del 2011 ha compiuto uno «storico» sorpasso sull’altro colosso italiano, tradizionalmente primo: Impregilo, che ha chiuso il 2010 con 2 miliardi di fatturato, in calo dai 2,7 del 2009, e 23 miliardi di portafoglio ordini; la sua quota estera è dell’80%. Astaldi e Impregilo sono legati da una lunga tradizione di collaborazione, e all’estero operano insieme in molti grandi cantieri. Una collaborazione così stretta che più volte, negli anni, ha fatto ipotizzare una fusione tra i due gruppi, entrambi quotati ma con governance diverse (familiare la prima, retta da un patto di sindacato la seconda). Ma anche di recente le voci sono state spazzate via da smentite piuttosto nette. Tra i primi costruttori italiani va sottolineato il ruolo del gruppo Salini, che in anni recenti ha acquisito il controllo anche della Todini costruzioni. Salini vale 1,1 miliardi di ricavi (il 65% realizzato all’estero), più 15,7 di portafoglio ordini. All’estero lavora in aree diverse da quelle di Astaldi e Impregilo, cosa che fa emergere nei confronti degli altri due gruppi più una logica di integrazione che di concorrenza. Salini, gruppo familiare non quotato appartenente alla famiglia che gli dà il nome, ha fatto parlare di sé nelle ultime settimane perché ha ufficializzato il proprio ingresso in Impregilo con l’8,1%, attraverso acquisti fatti sul mercato. Mossa che ha suscitato vivo interesse perché sembra rendere esplicita la volontà di Salini di giocare la partita della governance di Impregilo, già alle porte. Va ricordato che il gruppo milanese (Salini è romano, come Astaldi) oggi è controllato da un patto tra le famiglie Gavio, Benetton e Ligresti, unite nella Igli, società che controlla Impregilo con il 29,9%. Il patto scadrà alla fine di luglio del 2012, ma già al 31 marzo gli azionisti dovranno comunicare al mercato se intenderanno, o meno, proseguire con questa formula. Si vedrà allora quale sarà il ruolo di Salini. L’unica cosa certa, per ora, sono le condizioni di salute poco rassicuranti del gruppo Ligresti.
Tornando alla commessa vinta da Astaldi in Perù, essa prevede la realizzazione di una diga in calcestruzzo da 380mila metri cubi, una centrale da 510 megawatt, 9 chilometri di gallerie e 60 chilometri di viabilità di accesso. I lavori dureranno 4 anni. L’America Latina è il teatro di vari cantieri sia di Astaldi che di Impregilo, in maggioranza di natura idroelettrica; il lavoro più spettacolare è il raddoppio del Canale di Panama, al quale è impegnata Impregilo.
Ma altre imprese italiane medio-grandi sono fortemente impegnate all’estero. La romagnola Trevi (ingegneria del sottosuolo) ha da poco acquisito commesse in Medio Oriente per 28 milioni di dollari. La romana Seli, uno dei leader mondiali nei lavori di scavo per gallerie stradali, metropolitane e dighe, sta per annunciare da Pechino un importante accordo.