Il costume scoprì l’ombelico: ecco i sessant’anni del bikini

Lo creò un ingegnere meccanico e nessuno voleva indossarlo. Poi è diventato simbolo dell’erotismo

Daniela Fedi

Compiere 60 anni ed essere più sexy che mai non è un'impresa da poco. Al bikini è riuscita benissimo e, anzi, ci si chiede come fosse l'estate prima dell'invenzione di questo indumento libertino e libertario, difficile da portare eppure portato dalla stragrande maggioranza delle donne perché l'abbronzatura viene meglio, è molto più fresco e poi fa subito giovane. «Il primo bikini per le americane è un rito di passaggio», sostiene Kelly Killoren Bensimon, autrice di The Bikini Book, un volume illustrato di 400 pagine (30 euro, edizioni Assouline) che uscirà a giorni in Francia e Gran Bretagna per poi raggiungere entro fine mese tutti i Paesi del mondo. L'anniversario cade infatti il 5 luglio, giorno in cui, nel lontano 1946, l'ingegnere meccanico francese Louis Reard, presentò la sua scandalosa invenzione durante una sfilata nella celeberrima piscina Molitor di Parigi. «Nessuna modella rispettabile accettava di mostrare le chiappe e l'ombelico in passerella, così bisognò chiamare Micheline Bernardini, una spogliarellista del Casino de Paris», scrive la Killoren. Subito dopo racconta l'inedita vicenda di Jacques Heim, contemporaneo di Reard e come lui deciso a inventare il costume più piccolo del mondo senza però riuscirci perché la decisione di lasciare il pezzo superiore unito alle mutandine da un lembo di tessuto fu una pessima idea. Americana, ex modella, sposata con Gilles Bensimon, il formidabile fotografo che dirige l'edizione francese di Elle, la Killoren sorvola forse un po' troppo sulle millenarie origini del due pezzi sportivo che già esisteva ai tempi dei romani come dimostrano gli antichi mosaici di Villa Casale a Piazza Armerina in Sicilia.
In compenso nel libro c'è tutto quel che serve a capire l'enorme successo del capo nelle sue versioni seduttive. «Una ragazza in bikini è come una pistola carica sul tavolino da caffè: non c'è niente di sbagliato in entrambi, ma è difficile smettere di pensarci», dichiara infatti l'attore Garrison Keillor. Mentre la stilista Anna Sui sostiene: «La cosa più sexy è che lascia qualcosa all'immaginazione, la parte migliore». Tutti d'accordo sul potenziale erotico dell'indumento magistralmente espresso da alcune sirene cinematografiche: Brigitte Bardot nel capolavoro di Roger Vadim Et Dieux creà la femme, Ursula Andress nell'indimenticabile scena di Licenza d'uccidere, Rachel Welch in tutti i suoi film. Più difficile riuscire a conciliare la rosicata vestibilità del due pezzi con quel che alla fine deve coprire: le curve. Così, per affrontare la prova-bikini, le donne sono disposte a spendere cifre da capogiro tra diete, palestre, chirurghi estetici e soggiorni in beauty farm. L'industria della moda, invece, investe tempo, denaro ed energie per migliorare le prestazioni dei due pezzi. «Il primo problema sono i materiali», spiega Vivienne Westwood che ha appena siglato un contratto di licenza quinquennale con Albisetti per produrre una linea di costumi da bagno e dintorni. «Devono asciugare in fretta, contenere pur lasciando libertà di movimento, affrontare il cloro in piscina, la salsedine del mare e i raggi del sole senza perdere elasticità e colore».
Sul fronte dei festeggiamenti, nessuno può competere con DuPont, il colosso industriale che nel '58 lanciò Lycra, la materia prima ideale per l'abbigliamento da mare perché permise di passare dai costumi-corazza degli anni Trenta (una volta bagnati, pesavano 3,6 chili l'uno), a quelli che nelle stesse condizioni già negli anni ’60 non raggiungevano i 200 grammi di peso. «Oggi siamo arrivati molto più in là - dicono i ricercatori tessili - la nuova fibra Extra Life Lycra offre prestazioni 10 volte più elevate e inoltre dà un'ottima rifrazione alla luce ed è resistentissima al cloro». Interessante anche l'invenzione di Aqua Strecht, una pelle resistente all'acqua che è stata utilizzata dalla stilista Cecilia LiBonati per i costumi dell'estate 2007. Per non parlare dello speciale elastomero che permette ai costumi francesi Kinshao di far passare i raggi UVA (quelli buoni) garantendo così un'abbronzatura integrale e senza rischi di eritemi o scottature.
Intanto dalla Cina arriva la notizia di un'importante sperimentazione sul jersey di soia, un materiale assolutamente anallergico e quindi ideale per confezionare abbigliamento intimo e da mare. Ma la corsa al bikini del futuro non ha certo fatto dimenticare i festeggiamenti per il sessantesimo compleanno dell'indumento. Lycra oltre a sponsorizzare il libro della Killoren ha coinvolto nove stilisti di fama mondiale (per l'Italia è Olga Cantelli, prima designer delle linee mare di La Perla) nel progetto di una speciale collezione limited edition. «Si tratta di veri e propri gioielli da spiaggia», spiegano nell'ufficio stile di La Perla aggiungendo che la loro miniserie tra cui spiccano i due bikini con archi e volute neobarocchi è in vendita da metà maggio sul sito www.glamonweb.com. Invece Triumph, leader mondiale dell'abbigliamento intimo e da mare con un organico di 41mila persone e un fatturato annuo di 1,574 miliardi di euro, proprio quest'anno compie 50 anni e li festeggia con una mostra fotografica (le immagini di Archivio Giancolombo e Magnum/Contrasto son state raccolte in una patinata pubblicazione celebrativa) oltre che con il lancio del «Bikini Chicago Retro», un modello della linea Chicago dal sapore vintage e dalle prestazioni futuribili. Parah invece punta sul patriottismo con il «Bikini Italia» dal reggiseno interamente ricamato da mille baguettes in cristallo bianche, rosse e verdi. Insomma una grande agitazione. Come quella che da 60 anni prende tutti quando arriva il momento di mettersi in bikini.