Una cotoletta per Sua Maestà

«Nelle mie memorie parlerò poco di me. So bene che ai lettori interessa solo ciò che riguarda il grand’uomo al cui servizio mi ha condotto il destino». È il 1830. Napoleone Bonaparte è morto da meno di dieci anni ma in Francia il suo mito ha già ripreso vigore. Louis Constant Wairy, primo valletto di camera dell’imperatore corso, decide così di rendere noti i suoi memoires, di cui Sellerio pubblica ora un’antologia a cura di Patrizia Varetto (Il valletto di Napoleone, pagg. 341, euro 12).
Appena inizia a prestare servizio alla famiglia Bonaparte - ci vorrà qualche anno prima che, nel giugno del 1803, diventerà il più fidato servitore - Wairy ne resta subito affascinato. In quelle stanze è «come veder sfilare, attraverso una lanterna magica, i più diversi personaggi» ma non c’è ancora traccia dell’etichetta imperiale. Anche se è già conosciuto in tutta Europa, Napoleone è infatti un uomo molto semplice, perfino poco incline alla cura della propria persona: quando si lava è così goffo da ricoprirsi interamente di sapone e vederlo alle prese con il rasoio è «più preoccupante che ridicolo». È alto circa un metro e sessantotto, ha «la testa allungata più che rotonda, un po’ appiattita sulle tempie», il naso è privo di difetti, le orecchie piccole e ben fatte, le braccia solide, e per quanto abbia «gran cura delle unghie» se le rosicchia spesso: «Segno di impazienza o di preoccupazione». Preferisce cenare da solo, velocemente «e senza neppure la tovaglia». Ama le albicocche, le cotolette, disdegna il vino ed «ingrassa parecchio, senza per questo perdere l’armonia della figura». Benché coraggioso ed intrepido in battaglia, si mostra «fragile di fronte ad un piccolo malanno». Brontola come una vecchia zia per i conti della corte, a suo dire troppo esosi e per invocare sobrietà ricorda il tempo in cui «avevo l’onore di essere luogotenente».
In guerra è pietoso, e ciò collide vistosamente con una memorialistica che ne ha raccontato spesso l’impassibilità ed a volte perfino il sadismo. A differenza del cognato Gioacchino Murat - descritto come una sorta di dandy coraggioso ed inappuntabile - detesta gli abiti raffinati ma scomodi e cavalca senza alcuna eleganza. Anche quando diventa imperatore, Napoleone resta un uomo piuttosto sobrio ed un marito assai amorevole. Sebbene i dissidi e le infedeltà tra i due sposi siano assai noti, Wairy racconta di un matrimonio che sfiora quasi l’idillio. Si sofferma soltanto sulle avventure amorose dell’imperatore e sembra quasi giustificarlo quando scrive che «si comportava nel modo onesto in cui l’intendeva lui». Ha due figli illegittimi, ma «l’erede tarda ad arrivare». Decide per questo di separarsi dalla moglie. «Gli occhi si velano di lacrime più d’una volta», ma la sua tristezza sembra scomparire quando convola a nozze con Maria Luisa d’Austria. È l’11 febbraio del 1810.
Passa poco più di un anno e nasce l’erede: «Se mai Napoleone ebbe ragione di credere pienamente alla sua fortuna, questa avvenne il giorno in cui una arciduchessa d’Austria lo rese padre di un re. Lui, che era nato cadetto di una famiglia di corsi». Ma i guai sono ormai imminenti ed iniziano con la disastrosa campagna di Russia. Wairy descrive un imperatore sempre più cupo, indeciso e sconvolto da numerosi tradimenti. Dopo diverse sconfitte, è costretto a rientrare in Francia. Non basta: nonostante la sua presenza, Parigi viene occupata. L’11 aprile del 1814, a Fontainebleau, firma l’atto di abdicazione. La stessa notte tenta di avvelenarsi. Cinque giorni dopo i commissari degli alleati sono incaricati di accompagnare «Sua maestà» alla nave che lo condurrà all’isola d’Elba. Poco prima della partenza, per un equivoco circa la restituzione di una somma di denaro, Wairy rassegna le proprie dimissioni. Non sarà con Napoleone né durante l’esilio né durante i leggendari «cento giorni» dopo lo sbarco di Cannes.
Al di là delle perifrasi e delle frasi di circostanza, quando il valletto scrive le sue memorie sa di non essere un semplice testimone. Per le sue mansioni e per la fiducia che ispira in Napoleone, è il solo a raccogliere segreti e confidenze inaccessibili anche ai più prestigiosi collaboratori. E non è un caso, infatti, che l’edizione integrale delle sue memorie sia composta di ben sei volumi. Wairy scrive a distanza di molti anni dalle vicende che vive. Il rischio di un’idealizzazione del suo signore potrebbe essere quindi molto alto, ma non è così. Ad eccezione di qualche stereotipo di maniera, la cronaca quotidiana ci svela un uomo senza manto e scettro imperiale, quasi ridicolo in certi suoi tic e gesti abituali. Le memorie del primo valletto di camera non sono di certo le più attendibili tra le fonti storiche, ma il ritratto di questo Napoleone dubbioso, così lontano dalla solennità delle tele di Jacques-Louis David, è di certo molto più godibile e verosimile di gran parte della memorialistica celebrativa di metà Ottocento.