COTTO E SBRANATO

Il presidente del Consiglio Romano Prodi racconta balle come le vecchie zie di una volta che facevano la maglia spettegolando e ridacchiando. Infatti tutta la giornata di ieri a Montecitorio non verteva affatto sul tema pallosissimo delle privatizzazioni e delle statalizzazioni, ma sulle sue boccucce: quei sorrisetti a culo di gallina con le spalle che vanno su e giù e la maschera da muppet di Sesame Street. Ah, se in questo Paese ci fosse la satira politica, vedresti come ti concerebbero.
Io - i lettori mi scuseranno se la butto sul personale - ho imparato chi è Romano Prodi dalla vicenda Mitrokhin, quando, con le stesse facce gommose da pupazzo impunito che mente facendo spallucce e boccucce, disse che lui di spie sovietiche non ne sapeva proprio nulla, non gli avevano fatto vedere nulla, povero caro. Esattamente come oggi: Mitrokhin? E chi lo conosce? Telecom? E che potevo saperne. Perché conoscevo l’indirizzo delle Brigate rosse che interrogavano e si accingevano ad uccidere Aldo Moro? Me lo dicevano i fantasmi. Quel poveraccio del generale Siracusa, capo del Sismi, diventava pazzo perché Prodi si rifiutava di firmare la semplice presa d’atto di quel che sapeva. Idem con Tronchetti: chi? io? ma siamo matti? Mi ha taciuto tutto. Non so nulla. E giù a ridere. Quel disgraziato di Vasilij Mitrokhin faceva sapere di voler rivelare tutto sulle liste degli italiani coinvolti e lui, Prodi, si girava dall’altra parte. Sempre ridendo, con quella boccuccia da cui potrebbe sortire all’improvviso un uovo.
Berlusconi lo guardava immobile, la faccia coperta dalla mano, non una piega, immobile e terribile pensava al modo in cui lo hanno linciato per cinque anni consecutivi e ancora seguitano, avendo alla fine lasciato un’Italia che paga le tasse, con la disoccupazione al minimo. Prodi intanto rideva: Giulio Tremonti ne faceva polpette, lo smascherava, lo scomponeva e lo ricomponeva come un puzzle, ne illustrava la miseria e il ridicolo. Tutto inutile. Prodi, come il Franti del Libro Cuore, sghignazzava sussurrando: carta intestata di Palazzo Chigi? «E che ne so io, non faccio mica il cartolaio».
Ieri i protagonisti erano due, anzi tre: il primo, la Camera in grande ebollizione. Il secondo era Prodi che rideva quando non non si impappinava leggendo il compitino che gli avevano preparato. E il terzo era la maggioranza di centrosinistra depressa da ricovero. L’opposizione ha interrotto Prodi per otto volte quando si pavoneggiava sul suo passato all’Iri, protetto da un Rutelli alla carbonara che urlava: «Embè? che c’è? Mo’ uno nun po’ manco di’ na frase? E ndove stamo?». Bertinotti sospendeva e rimbrottava, ma l’aula eccitata si divertiva con spirito liberatorio. I foglietti letti da Prodi, più banali e inutili non potevano essere.
Ha sostenuto poi Fini che Prodi era forse nervoso perché intimorito, ma sarebbe una novità: Prodi intimorito? ma siamo impazziti? Prodi non ha timore assolutamente di nulla, è uno che conta appoggi anche all’estero e la creatura che si cela dentro il pupazzo di gomma è fredda e impassibile: ha imparato la tecnica espressiva di fingersi un buon uomo che, dopo aver esagerato col Valium, farfuglia a bassa voce, sicché la gente dovrebbe sempre dire: com’è semplice, chissà cosa potrebbe dire se potesse. Tuttavia, dicono gli esperti, è cotto: i parlamentari del centrosinistra gli darebbero al massimo due mesi. Noi qualcosina di più, ma senza condizionale.
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