Cottur quel giorno a Trieste fu più veloce delle pallottole

Aveva 91 anni. Fu tre volte terzo al Giro. E nel ’46 vinse nella sua città superando un’imboscata dei titini

Pier Augusto Stagi

«Rischiò di prendersi una fucilata alla schiena, per dare all'Italia Trieste». Alfredo Martini, 85 anni, uno dei grandi vecchi del ciclismo italiano, ricorda così l'amico Giordano Cottur. «Un uomo che seppe distinguersi in un periodo bellissimo del ciclismo - ci ha detto -, con campioni di primissimo piano, come Coppi, Bartali e Magni. Giordano ha interpretato il ciclismo e la vita con estrema onestà. Era un battagliero, con lui in corsa sapevamo che sarebbe stata dura vincere. Era il classico atleta che dava vita alle corse, e le corse furono per lui la sua vita. Fino all'ultimo».
Un uomo con la «U» maiuscola, che riuscì a scrivere la sua leggenda pur correndo in un periodo di miti: Giordano Cottur, «il meno giovane dei ciclisti d'Italia», come amava definirsi, è morto ieri mattina, a Trieste, la città dove era nato il 24 maggio 1914 e dove ha vissuto la pagina più bella della sua storia di uomo e di atleta. Era il 30 giugno 1946 e si correva il Giro d'Italia che, nelle intenzioni degli organizzatori (Cougnet e il giovane Torriani), doveva ricucire un Paese fino a poco prima dilaniato dalla guerra. Quei ciclisti avevano anche il compito di portare la solidarietà degli italiani a Trieste, città simbolo, in bilico sul confine. A Pieris, dove quindici giorni prima era nato un certo Fabio Capello (18 giugno 1946), ci pensarono le sassaiole dei «titini» (che volevano Trieste alla Jugoslavia), il filo spinato e i bidoni di catrame sull'asfalto a fermare quei giovanotti baldanzosi che volevano unire l'Italia in sella ad una bicicletta. «Cominciarono con il gettarci dei fiori con i sassi - racconta Martini - poi solo sassi. E, infine, per venti minuti ci fu la guerra, con spari e fuggi fuggi generale. Cougnet e Torriani decisero di neutralizzare la tappa, ma di non darla vinta ai violenti. Si decise di far proseguire un atleta per squadra (diciassette uomini), fino a Trieste, con Cottur che animò la corsa come se non avesse sentito un solo sparo. Andò in fuga e vinse tra il tripudio della folla. Primo Cottur, secondo Bevilacqua, terzo Menon. Fu un arrivo simbolico, ma valse più di tante altre vittorie».
Fu l'ennesimo gesto di amore fra Trieste e un campione che aveva scoperto la bicicletta quasi per caso: fu il padre Giovanni, che saldava tubi e cambi, che gliene costruì una e lui, che per uscire di casa doveva pedalare in salita, scoprì subito di andare forte. Tanto forte che nel '38, a 24 anni, al primo anno da professionista, si ritrovò con una maglia rosa sulle spalle, sul traguardo di Lanciano. Di tappe, al Giro, ne vinse cinque, e quella maglia fu sua per 14 volte. Terzo in classifica generale per ben tre volte (’40, ’48 e ’49), dietro ai due mostri sacri Coppi e Bartali, Cottur ha corso anche tre Tour de France.
Direttore sportivo, dirigente illuminato, proprietario di un negozio di biciclette nel cuore di Trieste, è sempre stato un ciclista, un atleta, un campione, sempre in sella alle due ruote, fino a pochi anni fa. Racconta il figlio Giovanni: «L'altra sera, nella clinica dove era ricoverato da domenica per una forma tumorale, gli ho letto un articolo che La Gazzetta dello Sport, gli aveva dedicato. Mentre glielo leggevo ha aperto gli occhi, li ha sgranati e ha accennato un sorriso. Quello è stato l'ultimo sorriso; un sorriso al ciclismo».