Il covo di Riina fu ripulito. Da due muratori

Il gip che accusa Mori e De Caprio si rifà alle foto del blitz nella casa, che però lo smentiscono. Il giallo dei fascicoli scomparsi

Gian Marco Chiocci

Claudia Passa

da Roma

A differenza di quanto sostenuto per anni dalla procura di Palermo e da pentiti eccellenti come Gioacchino La Barbera, il Giornale ieri ha dimostrato come nessuna cassaforte è mai scomparsa dal covo di Totò Riina nei diciotto giorni intercorsi tra l’arresto del boss e la perquisizione dei carabinieri: foto e verbali sconosciuti ai più smascherano il luogo comune.
Oggi vedremo come altre immagini, ed altra documentazione processuale, dimostrino che a ripulire l’abitazione del Padrino siano stati due semplici operai (processati e assolti davanti al gup col rito abbreviato) e non le seconde file di Cosa Nostra che per un patto scellerato con il Ros di Mario Mori, avrebbero approfittato della provvidenziale «distrazione» nei controlli. Come per la cassaforte, anche per il mobilio dei misteri occorre partire dalla nota riassuntiva della Dda palermitana (firmata dai pm Ingroia e Teresi) inviata al tribunale di Milano il 17 novembre 1998 competente per una querela ai giornalisti Saverio Lodato e Attilio Bolzoni autori del libro C’era una volta la lotta alla mafia.
Scrivono i pm: «... la casa venne rinvenuta completamente svuotata di ogni cosa, al punto che al suo interno erano stati financo rimossi molti dei mobili esistenti e tutti gli effetti personali degli occupanti, erano stati effettuati lavori di dismissione della carta da parati e di alcuni rivestimenti delle pareti delle stanze ed era stata interamente asportata una cassaforte incassata a muro (...)».
Nell’ordinanza di imputazione coatta del gip Vincenzina Massa del 2.11.2004 nei confronti del prefetto Mori e del colonnello De Caprio (dove si adombra una trattativa fra il Ros e la mafia) si fa riferimento allo «svuotamento» del covo. L’omessa perquisizione, e «l’inopinata sospensione» dei controlli, secondo il gip avrebbe comportato «la certa perdita di materiale di interesse investigativo esistente nel covo» dimostrata anche «dal fatto che la casa venne trovata “ripulita” essendo stata anche asportata con tutta probabilità una cassaforte», che invece, come dimostrato ieri, è sempre rimasta al suo posto. Curiosamente il gip fa riferimento al «verbale di sopralluogo» e alla «documentazione fotografica» che dimostrano l’esatto contrario di quel che sostiene nel provvedimento.
L’allora capitano dei carabinieri Marco Minicucci, responsabile della perquisizione, interrogato a Sciacca nel processo a Giuseppe Montalbano (l’ingegnere proprietario della villetta) riferisce di aver trovato una «casa disabitata» con i mobili «racchiusi sotto il cellophane», posti «al centro delle stanze», e con i bagni «che avevano rivestimenti e pavimenti divelti». Una location tipica, dice l’ufficiale, di una «ristrutturazione edilizia». Ciò che è evidente per i carabinieri (confermato dalle descrizione della casa nel verbale di sopralluogo firmato da cinque sottufficiali) non lo è, come visto, per la procura di Palermo convinta che in quei 18 giorni abbiano operato «ripulitori» specializzati di Cosa Nostra. Ma così non è. Incrociando la sentenza di assoluzione dei due fratelli che fecero i lavori nel covo di Riina con le testimonianze al tribunale di Sciacca degli stessi operai, Angelo e Pietro Parisi, emerge una sostanziale discordanza tra i fatti riscontrati dal gup palermitano Gioacchino Scaduto (sentenza del 13 giugno ’94) e l’impianto accusatorio della procura.
Il muratore Angelo Parisi ha raccontato che tra il 20 e il 22 gennaio (la perquisizione è del 2 febbraio) gli venne confermato l’incarico dal padrone della casa, Giuseppe Montalbano, di svolgere di lavori di ristrutturazione «del bagno, coloritura, togliere carta da parati, eliminare umidità dalle pareti». Per fare ciò «spostammo i mobili che abbiamo coperto per non impolverarli», «lavorammo due o tre giorni», dopodiché «una mattina andammo in via Bernini 54 e trovammo un sacco di carabinieri». Tutto coincide: con le foto, con i verbali di perquisizione, con le dichiarazioni dei testimoni oculari. Non coincide, però, con la ricostruzione dei pentiti e con quella della procura. Per fare chiarezza basterebbe dare un’occhiata agli 11 fascicoli del processo che ha mandato assolti i due muratori. L’avvocato Piero Milio, difensore di Mori, li ha chiesti invano per tre volte. Risposta dell’ufficio gip: «Spiacenti, li abbiamo trasmessi alla procura nel 1997». Da allora non si trovano più.