Covo di Riina, Mori va al contrattacco

Gian Marco Chiocci

nostro inviato a Palermo

«Signori. Ho atteso questo processo con impazienza, perché ritengo potrà mettere fine a più di 12 anni di linciaggio mediatico, sviluppatosi attraverso un'ininterrotta serie di articoli stampa, libri, servizi televisivi e ricostruzioni più demenziali che fantasiose, frutto di pseudoverità filtrate chissà come, ma con tempestività e costanza singolari dal segreto investigativo, e trattate con l'approccio preconcetto di chi propina come un disco rotto la sua verità senza una prova. Sono stato descritto come un funzionario dello Stato reticente, se non mendace, dal comportamento ambiguo e talvolta scorretto, e conseguentemente i miei carabinieri come mercenari disposti a tutto. E questo, per chi ha lavorato rischiando di persona, è una gogna immeritata da cui, sin qui, non è stato dato difendersi. Io ed i miei carabinieri siamo stati "mascariati", un termine che in quest'aula comprendono tutti, consentendo così a taluno ed in più circostanze di diffamarci pressoché im-pu-ne-men-te».
L'ultima delle 48 pagine della sua memoria al vetriolo, il prefetto Mario Mori, direttore del Sisde ed ex capo del Ros, la legge tutta d'un fiato. Ha appena finito di demolire, con le prove, le smentite e col sarcasmo, l'impianto accusatorio che vede lui e il Capitano Ultimo alla sbarra per concorso esterno in quell'associazione mafiosa che entrambi sono andati vicini dal disarticolare arrestando il capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina. Tira un sospiro di sollievo, il prefetto, perché questa è la prima volta che riesce a prendere la parola per difendersi dall'accusa d'aver favorito Cosa nostra, e per contrattaccare. L'occasione si materializza non appena il capitano Ultimo termina l'interrogatorio nel quale ha spiegato come arrivò all'arresto di Riina («una segnalazione sulla pista dei Ganci ci venne data anche dal maresciallo Lombardo»), come attivò i controlli intorno al covo di via Bernini e perché decise di soprassedere alla perquisizione («agimmo sempre in accordo con la Procura, la prima decisione la presi io, era pericoloso sostare nella via perché avevamo un pentito nel furgone, non a caso arrestammo Riina sulla circonvallazione in quanto poi volevamo dare la sensazione ai Sansone che non sapevamo dove abitasse»).
«La sospensione dell'attività di osservazione del covo di via Bernini - spiega il prefetto - è un atto palesemente contrario al favoreggiamento a Cosa nostra. Nel corso del pomeriggio del 15 gennaio '93, al pranzo nella caserma del 12° Battaglione Carabinieri, presenti i pm della Procura di Palermo, ufficiali dell'Arma territoriale e del Ros, su proposta del capitano De Caprio, da me sostenuta e approvata da tutti i presenti, fu convenuto di dilazionare l'esecuzione della perquisizione per far apparire la cattura di Riina come un fatto occasionale, l'abitazione non individuata, e garantirsi così l'opportunità di proseguire le indagini nei confronti dei fratelli Sansone e di Ganci Raffaele, personaggi vicini a Riina secondo quanto ci diceva il collaborante Balduccio Di Maggio (...)».
Il discorso si fa spietato quando Mori prende di petto le illazioni dei pentiti sul «papello», ovvero sull'esistenza del presunto materiale compromettente (che nessuno ha mai visto) relativo a un patto fra Stato e Antistato custodito nella villa di Riina, scomparso a seguito della mancata perquisizione. «Se avessimo voluto davvero favorire Cosa nostra avremmo senz'altro concepito modalità di disingaggio tali da non suscitare sospetti. Se avessimo voluto fare sparire il fantomatico "papello" dalla cassaforte che è stato detto che era stata smurata e portata via, e che invece è sempre stata al suo posto come testimoniano le foto della perquisizione nel febbraio '93 e quella del mio avvocato di quest'estate, saremmo entrati nella casa di Riina cinque minuti dopo il suo arresto anche per evitare di essere ricattati a vita. Eppoi per ripulire di qualche oggetto o documento occorrono meno di poche ore, non certo 18 giorni (...)».
La mira del prefetto si sposta velocemente sul procuratore aggiunto Aliquò, ovvero sul «diario» di questo magistrato, definito nella richiesta di archiviazione «un fedele e dettagliato resoconto in progress», prova unica e fondamentale del capo d'imputazione. Per Mori quel diario è invece un collage di errori, abbagli, omissioni gravi. Sentite. «Indica nel 27 gennaio '93 una riunione a Palermo a cui avrei partecipato insieme a Caselli accennando a una sospensione dell'osservazione del covo. Ebbene, il 27 gennaio '93 io non ero a Palermo ma a Roma come avevo già documentato con atti» che non comprendevano, però, il verbale di Ciancimino del 27 gennaio '93 pubblicato dal Giornale il 23 novembre scorso, dove c'è la prova provata che Mori quella mattina era a Roma, e non a Palermo, insieme a Caselli e Ingroia. «Il documento, se dimostra la non veridicità di alcune affermazioni del dottor Aliquò, prova che da subito la Procura aveva elementi sufficienti per ritenere non completamente attendibile il "diario" dello stesso Aliquò. In particolare il dottor Ingroia, che ha seguito lo sviluppo del procedimento, doveva sapere che le affermazioni attribuitemi da Aliquò su cui pm e gip hanno insistito per documentare il mio presunto mendacio, non erano mai state espresse in quanto la riunione non era mai avvenuta. E proprio il dottor Ingroia ne era principale testimone». Ingroia, seduto a un metro, ha gli occhi bassi. Non spiccica parola.