Covo di terroristi scoperto a Casablanca

Si fanno esplodere per non essere presi. I quattro, tra cui una donna, facevano parte di un gruppo di 15 "bombe umane" ricercate dalla polizia. La cellula terrorista stava entrando in contatto con altri gruppi "al qaidisti" per
organizzare attentati

Seguono alla lettera i consigli del numero due di Al Qaida Ayman Al Zawahiry. Indossano sempre il giubbotto esplosivo. Se temono di venir catturati tirano il cordino e si fanno saltare. Così fece l’11 marzo Abdelfettah Raydi quando il proprietario di un internet café lo scoprì a navigare tra i siti del terrore fondamentalista. Così si sono comportati, all’alba di ieri, due suoi complici barricati in un covo intorno al porto di Casablanca. Nel frattempo Ayoub Raydi, fratello di Abdelfettah, si dileguava da un’entrata laterale. La fuga del terzo terrorista è durata mezza giornata. Nel pomeriggio – quando si è ritrovato circondato - Ayoub ha seguito l’esempio dei fratello e dei complici e si è fatto disintegrare dal giubbotto esplosivo. Un quarto kamikaze, anch’egli braccato, si è fatto esplodere in serata. La morte dei quattro ricercati non rallegra gli inquirenti di Rabat. Il cancro fondamentalista appare esteso e ramificato. Così vasto da far pensare a solidi contatti con le cellule dell’integralismo marocchino all’estero e con la cosiddetta «nuova Al Qaida» in fase di riorganizzazione tra Europa, Medioriente e subcontinente indiano. Così insidioso da far temere attacchi simili a quelli del 2003 a Casablanca quando dodici attentatori suicidi uccisero 32 persone. Stavolta però il terrore radicale potrebbe prender di mira alberghi e centri di soggiorno frequentati da centinaia di migliaia di stranieri, tra cui moltissimi turisti italiani. E da un mese la polizia sta dando la caccia a 11 uomini bomba. Pronti a colpire in qualunque momento.
L’ultimo capitolo della campagna anti-terrorista di Rabat prende il via prima dell’alba nel popoloso quartiere di Fida intorno al porto di Casablanca. Da qualche giorno gli inquirenti tengono d’occhio un appartamento affittato da una giovane coppia. Il proprietario insospettito dal rifiuto dei due di fornire un documento d’identità avvisa la polizia che gira il caso alle unità antiterrorismo. Alle cinque di mattina le forze speciali intimano agli occupanti di uscire con le braccia alzate. Alla porta si presenta un uomo con una spada in pugno. Urla qualcosa, tenta d’avventarsi sugli agenti, ma viene abbattuto dai cecchini prima di riuscire a farsi esplodere. Poi i tiratori scelti premono di nuovo il grilletto, sparano a una seconda persona intenta a calarsi da una terrazza del secondo piano. Non lo colpiscono, ma non serve. Quando si vede scoperto il fuggitivo tira il cordino del giubbotto e si fa esplodere. Più tardi verrà identificato come la giovane donna affittuaria dell’appartamento. Ayoub Abdelfettah, il terzo uomo nascosto nel covo, ne approfitta per fuggire tra le viuzze del quartiere. Nel pomeriggio la sua fuga termina in un vicolo cieco e lui sceglie la strada del suicidio indicatagli da Al Zawahiri e dal fratello Abdelfettah. Così come il quarto kamikaze, in serata, in una strada affollata dello stesso quartiere.
«L’uomo abbattuto davanti alla porta di casa è Mohammed Mentala, è conosciuto anche con il nome di Warda ed era ricercato per gli attentati messi a segno a Casablanca nel 2003, ma - spiega il vice prefetto Mohammed Mouadab – quest’inchiesta seguiva le tracce dell’attentato all’internet café dell’11 marzo». Secondo gli inquirenti la cellula, riorganizzatasi di recente, stava entrando in contatto con altri gruppi «al qaidisti» per organizzare attacchi contro il porto di Casablanca, una caserma delle forze di sicurezza del ministero dell’Interno e vari commissariati della città. Dopo l’attentato suicida nell’internet caffè costato la vita ad Abdelfettah Raydi, il ferimento del suo complice e di un cliente del locale la polizia aveva arrestato una trentina di sospetti aderenti alla cellula radicale.