Cozza, il classicismo che ti sorprende

Francesco Cozza (1605-1682) ebbe la ventura di vivere in un secolo di giganti come Guido Reni, Lanfranco, Pietro da Cortona, Mattia Preti. Allievo del Domenichino che seguì per qualche anno a Napoli, visse sempre a Roma. In bilico fra correnti naturalistiche, classicistiche e barocche, è sconosciuto al grande pubblico ed è poco noto anche agli studiosi. «Era diventato un nome cestino», dice Rossella Vodret che con Claudio Strinati cura la mostra ospitata a Palazzo Venezia fino al 13 gennaio. «Quando non si sapeva a chi attribuire un quadro si faceva il suo nome. Lo scopo è quello di restituire all’artista il ruolo che gli spetta presentando una ventina di opere certe».
Filo conduttore sono gli scritti dell’amico Domenico Martire, a partire dal noto ritratto caravaggesco di Tommaso Campanella, dipinto durante il suo soggiorno romano. Risente fortemente del magistero del Merisi anche L’incredulità di San Tommaso, rovinato da antichi restauri. Ma la prima opera firmata, «1632 Cozza calabrese», è un San Giuseppe che richiama Domenichino. Insolito, monumentale e al centro della scena, fu dipinto per Sant’Andrea delle Fratte, la chiesa dei Minimi di S. Francesco di Paola, dove probabilmente il pittore fu ospite di ritorno da Napoli. Originale anche l’iconografia della Sacra Famiglia con un Gesù ragazzo che spazza il pavimento e della Madonna col Bambino e i santi Gioacchino e Anna, che si stagliano statuari in primo piano.
La mostra è anche l’occasione di un confronto per i critici. Un convegno a gennaio a Valmontone dovrebbe chiarire i tanti dubbi attributivi e i temi del catalogo delle sue 127 opere: firmate e datate, accertate dalle fonti, documentate e controverse (Rubbettino).
I motivi non mancano. La Madonna del cucito rimanda al classicismo di marca bolognese, ai colori smaltati del Sassoferrato e a uno splendido putto di Guido Reni, ma è «problematica» per certi angioletti che sono uguali a quelli del Bastaro. Faranno discutere anche le tre versioni della Fuga in Egitto. Il prototipo conservato a Molfetta, la variante a Palazzo Venezia e la copia mal fatta a Sant’Angelo in Pescheria. Suscita curiosità la Madonna del Riscatto retrodatata al 1650. Eseguita per i Trinitari, che riscattavano i cristiani ridotti in schiavitù, la grande tela sintetizza tutte le esperienze di Cozza. La Madonna ricorda la Pietà di Michelangelo, ma il taglio della composizione è barocco, memore della presenza a Roma di Lanfranco e Pietro da Cortona. Dello stesso periodo sono anche La Pietà e il bozzetto della Galleria Corsini, composti su due diversi registri cromatici. Il bozzetto della collezione Cavallini Sgarbi si affianca alla grande pala della Predica del Battista di Palazzo Barberini in cui compare per la prima volta un paesaggio di chiara impronta classica. Che si affaccia prepotente anche in S. Francesco d’Assisi confortato dall’angelo e nel Ritrovamento di Mosè, con le Mura Serviane e la Piramide sullo sfondo.
A contatto con Mola, Tassi, Preti, Courtois, gli artisti chiamati dal principe Camillo Pamphili, nipote di papa Innocenzo X, a decorare il palazzo Pamphili di Valmontone, Cozza affresca la «Stanza del fuoco», il suo capolavoro, e conosce la pittura di paesaggio di Gaspard Dughet. Negli affreschi Cozza dà il meglio di sé. A Valmontone come a Palazzo Altieri e nella libreria del Collegio Innocenziano di piazza Navona, di cui è in mostra uno dei bozzetti della volta.