Dal crac Cirio alla bufera Gaucci: tre anni a ostacoli per il banchiere

Coinvolto nell’inchiesta sul gruppo di Cragnotti, Geronzi si difese: «È iniziata la caccia al passero, ma il vero obiettivo è il piccione»

da Milano

Parmalat, Cirio, il caso Gaucci nel mondo calcio: questi ultimi tre anni non sono certamente trascorsi senza scosse per Cesare Geronzi. L’interdizione dagli incarichi notificato dal tribunale di Parma è infatti solamente l’ultimo round di un serrato confronto con la giustizia ingaggiato dal banchiere. Anche se, probabilmente, quello di ieri appare il meno atteso.
Nella sua lunga esperienza ai vertici del sistema finanziario romano, Geronzi di difficoltà deve averne attraversate molte ma nel 2003 fece scalpore l’iscrizione nel registro degli indagati per il fallimento della Cirio deciso dalla procura di Roma. La bufera sulla vendita di obbligazioni paragonabili a «carta straccia» imperversava e i giudici ordinarono di passare al setaccio l’abitazione e gli uffici di Geronzi che però contrattaccò. Così come il gruppo che alla fine scelse di rimborsare i risparmiatori che avevano creduto nei bond del gruppo alimentare.
Se Sergio Cragnotti era considerato un finanziere vicino a Geronzi un altro ostacolo emerse con il crac della Parmalat dell’era di Calisto Tanzi che ora ha portato all’interdizione del banchiere per il capitolo Parmatour. Geronzi, però, anche ieri si è difeso ricevendo ampio sostegno all’interno della banca che ha creato. Governando prima la fusione che ha dato vita a Banca di Roma e poi l’evoluzione in Capitalia innescata dall’acquisto di Bipop-Carire e del Banco di Sicilia.
Allora in Bankitalia c’era Antonio Fazio, in ottimi rapporti anche familiari con Geronzi. Tanto da spingere il banchiere capitolino, nel corso delle inchieste sulla Cirio, ad affermare che fosse «iniziata la caccia al passero» ma che il «vero obiettivo» era «il piccione»: un giro di parole per indicare lo stesso governatore poi sostituito da Mario Draghi.
Doti diplomatiche che hanno permesso a Geronzi, nato in una cittadina dei Castelli Romani nel 1935 e capace di rapporti trasversali sia nel mondo della finanza sia in politica, di costruire un patto di sindacato che raccoglie molti dei grandi gruppi di Piazza Affari insieme agli olandesi di Abn Amro e a esponenti dell’imprenditoria romana.
Capacità che di recente non hanno però evitato a Geronzi un terzo «imbarazzo», questa volta legato al mondo del calcio. La notizia è emersa nei primi giorni di questo mese e il nodo è il fallimento del Perugia di proprietà di Luciano Gaucci (per gli inquirenti il buco sarebbe di 100 milioni). Come insegna il cosiddetto decreto «Salva calcio» quella di Gaucci non è la prima crisi finanziaria emersa nel mondo del pallone ma il patron del Perugia, dal suo rifugio di Santo Domingo, ha dichiarato guerra a Geronzi. Accuse cui la banca ha risposto evidenziando come la parabola discendente di Gaucci abbia portato a una transazione accettata dal gruppo a fronte di «sacrifici» rispetto ai rapporti creditizi in essere. Con la conseguenza, secondo quanto specificato a suo tempo da Capitalia, di non accogliere le successive rischieste di finanziamento dell’imprenditore.