Crac Parmalat, l’ultima beffa per i risparmiatori

Domani ultimo atto del processo. I bond spazzatura di Tanzi convertiti
in azioni della nuova azienda. Solo alcune banche sono riuscite a
ottenere profitti , molti piccoli investitori rimasti con un pugno di
mosche

Milano - C’è chi ha perso fino all’ultima lira. Chi ha visto cento euro trasformarsi in un misero biglietto da venti. E, incredibilmente, c’è chi col crac Parmalat ha guadagnato: e si tratta, manco a farlo apposta, di banche. A cinque anni esatti da quel 15 dicembre 2003 in cui si scoprì la voragine di Collecchio, domani il tribunale di Milano si ritirerà in camera di consiglio per emettere la sentenza contro Calisto Tanzi e altri imputati del peggior disastro finanziario del nostro paese. Mentre i giudici tireranno le somme del processo, è forse il caso di tirare le somme anche dei risarcimenti. Che sorte hanno avuto i settantamila malcapitati che hanno visto i loro risparmi inghiottiti dal crac?

La prima sorpresa è che un dato preciso dei risarcimenti non esiste. Nemmeno i magistrati sanno quante cause siano state intentate qua e là contro le banche che avevano venduto i titoli Parmalat. Di sicuro è che davanti a queste cause i giudici hanno deciso tutto e il contrario di tutto. A Catania il Banco di Sicilia è stato condannato. Altra banca, stesso tribunale, altro giudice: domanda respinta. Una lotteria.

Ma a fare causa alle banche che avevano venduto materialmente i bond Parmalat divenuti carta straccia sono stati in pochi. La maggior parte dei bidonati ha scelto la strada della costituzione di parte civile contro i responsabili - prima ancora che della bancarotta - delle bugie raccontate per anni ai mercati finanziari di mezzo mondo. Ad uscirne con le ossa rotte sono stati in primo luogo i risparmiatori cui le banche avevano rifilato non bond (cioè obbligazioni) ma azioni, spesso senza neanche spiegare la differenza: non hanno più visto una lira. Appena meglio di loro i bondisti che alla fine del 2003 si sono fatti prendere dal panico e hanno ceduto i loro titoli a prezzo da macero agli squali che li rastrellavano sul mercato. E gli altri? Quelli che sono rimasti con i bond in mano?

«A voi ci penso io», ha detto loro Enrico Bondi, commissario straordinario di Parmalat. In cambio dei bond da macero, ha distribuito azioni della nuova Parmalat. Conseguenza: pensionati che avevano comprato obbligazioni, cioè l’investimento prudente per eccellenza, si sono ritrovati trasformati in giocatori di Borsa. E con quali risultati: col titolo della Nuova Parmalat in caduta libera, chi aveva diecimila euro di bond oggi ha in mano azioni per 1600. Ma c’è invece chi ci ha guadagnato: c’è una grande banca che per ogni mille euro di vecchi bond si è vista riconoscere più di milleduecento euro di azioni. Li ha subito venduti, ed è uscita di scena fregandosi le mani.
Si potrebbe pensare che i piccoli risparmiatori possano rifarsi nei processi in corso. Peccato che Bondi si stia opponendo con ogni mezzo alla loro presenza in aula. Dalla sua parte, il presidente della Nuova Parmalat ha la legge fallimentare e due sentenze che in altri crac (Giacomelli e Tecnosistemi) hanno escluso il diritto degli obbligazionisti a costituirsi parte civile. A Milano, invece, per adesso i giudici hanno aperto loro le porte (anzi, a ritrovarsi fuori da uno dei processi è stato Bondi). Ma con quali risultati è tutto da vedere.
Per ora, le uniche certezze sono i risarcimenti offerti da Nextra e da Deloitte e Touche, la società che certificava i bilanci fasulli di Tanzi: 1 per cento e 5 per cento, rispettivamente. Un gruppo di banche - Deutsche Bank, Morgan Stanley e Ubs - sta trattando per versare un altro otto-dieci per cento. E stop. Per sperare di vedere davvero quei soldi, però, i risparmiatori di Parmalat saranno costretti a rinunciare a ogni altra pretesa passata e futura a carico delle banche complici di Tanzi e dei loro manager. Così le sentenze dei tribunali rischiano di portare alle vittime risarcimenti puramente virtuali, messi a carico di singoli imputati che risultano nullatenenti o poco più. Dei 40 milioni che un giudice di Parma ha riconosciuto a loro favore, i truffati finora non hanno visto una lira. E difficilmente la vedranno in futuro.