Crac Parmalat, il pm fa autocritica: «Non abbiamo visto il vero reato»

nostro inviato a Parma

Più che l’ufficio del procuratore capo, sembra un salotto, tutto stucchi e quadri. Ma una cartellina sull’affaire Parmalat, in evidenza sulla scrivania, dà la cifra dell’impegno profuso in questi anni. Gerardo Laguardia è un magistrato dai modi affabili, è arrivato a Parma nel 2005 e si è trovato sulle spalle l’eredità, assai ingombrante, del crac: «Il Giornale ci attacca per un episodio del 2002, quando fu contestata l’evasione fiscale».
Appunto. Vi eravate imbattuti in una grave anomalia: 11,8 miliardi che non trovavano riscontro nei bilanci.
«Dalle carte Parmatour era saltato fuori questo episodio: 11,8 miliardi di lire prestati alla società di turismo. La dottoressa Cavallari lavorò con abnegazione e dispose perfino una perquisizione alla Parmalat, evento non proprio scontato in presenza di reati fiscali».
Però ci si fermò lì. Come mai?
«Io non c’ero, ma dal quadro delineato emergeva un’evasione fiscale. Chi indagava arrivò alla conclusione che ci fossero solo illeciti fiscali».
Invece, avevate trovato il bubbone. Non le pare?
«L’avevamo trovato, ma non l’abbiamo visto. Col senno di poi è facile fare di ogni erba un fascio».
Però quel passaggio di denaro fotografava il meccanismo di distrazione del denaro venuto a galla solo alla fine del 2003.
«Ci si convinse del contrario. D’altra parte su Parmatour c’era un’inchiesta avanzata, condotta dalla Procura di Roma che scavava sull’acquisto della Cit da parte della società di turismo della famiglia Tanzi. La collega si mise in contatto con i magistrati di Roma, nessuno segnalò anomalie. Non solo».
Che altro?
Nell’aprile 2003, un avvocato ci consegnò un esposto in cui descriveva anomalie sui bond Parmalat».
Parma come si mosse?
«Noi inviammo a tambur battente quel materiale alla Consob. E la Consob ci rispose che gli “approfondimenti del caso erano in corso” e che ogni novità ci sarebbe stata annunciata “tempestivamente”. Nessuno ci ha mai fatto sapere più nulla».
Il Procuratore dell’epoca, Giovanni Panebianco, è finito sotto inchiesta a Firenze per corruzione in atti giudiziari. Imbarazzante?
«Panebianco è stato assolto».
E davanti al Csm?
«È andato in pensione prima del verdetto disciplinare».
Oggi a che punto sono le vostre indagini?
«Il 14 marzo inizierà il grande processo per la bancarotta e andranno alla sbarra i dirigenti del gruppo; poi, nel 2009, sarà la volta delle banche: abbiamo chiesto il rinvio a giudizio di molti dirigenti degli istituti di credito. In questi giorni abbiamo chiuso il filone Citibank, presto seguirà Bank of America. Noi siamo convinti che le banche sapessero: i banchieri conoscevano, almeno a grandi linee, il quadro drammatico del gruppo Parmalat, ma andavano avanti con i finanziamenti. In un verbale si arriva a dire che Parmalat era “una mucca da mungere”. E infatti gli istituti di credito facevano prestiti a tassi altissimi, applicavano commissioni elevate e avevano raggiunto accordi vantaggiosissimi con la Parmalat: grandi profitti e rischi ridotti. Poi, certo, alla fine anche le banche ci hanno perso in questa storia».
Due processi, uno alla Parmalat e uno ai banchieri, non sono troppi?
«Sarebbe stato interessante celebrarne uno solo, ma non c’erano alternative. E poi le responsabilità degli uni non cancellano quelle degli altri».
Nei mesi precedenti il default, le banche infilarono milioni di bond nelle tasche dei consumatori. Un indizio che gli gnomi della finanza avevano capito?
«Appunto».
D’altra parte gli istituti di credito non avrebbero dovuto vendere i bond ai risparmiatori.
«Vero. E infatti quelli che oggi intentano causa civile alle banche vincono».
Come sono stati in questi anni i rapporti con Milano che indagava in parallelo?
«Freddi. Non ci hanno mai aiutato anche se ne avevamo bisogno. Semmai siamo stati noi a dare loro informazioni».
Il dibattimento che sta per cominciare non è troppo grande per la piccola Parma?
«Il Csm ha ascoltato il nostro grido di dolore. Sono in arrivo i rinforzi: faremo giustizia».