Il crac di Vanna Marchi: 10 anni a lei e alla figlia

Stefano Zurlo

da Milano

Si guardano, quasi si sorreggono a vicenda, cercano di non piangere. Ma la madre non ce la fa e si asciuga il volto, illuminato dai flash dei fotografi. Dieci anni a testa: dieci per Vanna Marchi e altrettanti per la figlia Stefania Nobile. Il sogno delle televendite diventa una pagina cupa di cronaca giudiziaria, una sentenza durissima e lunghissima, letta alle otto della sera dal presidente del tribunale Paolo Micara. Associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata: il capo d’imputazione costruito pazientemente da Geatano Ruta, il pubblico ministero con la faccia da ragazzino, regge alla prova del verdetto. Cade l’aggravante dell’aver agito per motivi abietti, viene cancellata la circonvenzione di incapace, si perdono per strada 27 delle 140 truffe contestate, viene dichiarata prescritta la violazione delle disposizioni del Garante per la concorrenza. Ma sono dettagli. I giudici seguono la pista aperta da Ruta. E infliggono pure 4 anni a Francesco Campana, l’ex convivente di Vanna, il personaggio più scialbo del terzetto.
Lui esce silenzioso dall’aula, ignorato dalle telecamere, Vanna Marchi ha solo la forza di mormorare: «E che cambia?» quando l’avvocato Liborio Cataliotti prova a consolarla facendole notare che Ruta aveva avuto la mano ancora più pesante proponendo 12 anni per lei e 13 per la figlia. Il presidente Paolo Micara va avanti per un quarto d’ora almeno a snocciolare nomi e numeri: quel campione dell’Italia profonda, quell’impasto di disperazione e disennatezza che un tempo era il popolo delle Marchi e ora ottiene giustizia, risarcimenti, euro. Vanna e Stefania restano attonite e rispettose fino all’ultima riga, gli avvocati delle parti civili hanno già afferrato i telefonini per comunicare le cifre della vittoria. In tutto i tre imputati dovranno versare alle parti offese 2 milioni e 200mila euro, la sola Loredana Maffi riceve 191mila euro. E poi c’è per le due protagoniste il corredo delle pene accessorie: l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e, quella lievemente ironica, dalle televendite per cinque anni.
«È una condanna esemplare - afferma Giovanni Briola, difensore della Maffi - è stato riconosciuto il danno, sia patrimoniale che morale. Questa sentenza soddisfa sia l’opinione pubblica che le vittime che hanno avuto il coraggio di presentarsi in aula». «È una pena spropositata», ribatte Cataliotti che prevedeva sì una condanna, ma più soft. Invece il tribunale ha stabilito che la ditta Marchi era una fabbrica delle truffe. Un’azienda del raggiro, capace di incantare, di sedurre e di minacciare una clientela assortita come l’Italia. Donne di mezza età assillate dalle beghe quotidiane e dall’ombra della mediocrità, padri di famiglia immersi nel catino della noia di provincia, famiglie disperate per una malattia, per la droga, per la perdita di un lavoro o chissà perché.
L’Asciè, ovvero la ditta Marchi, ha avuto contatti nel quinquennio 1996-2001, quello sotto esame, con trecentomila persone. Un esercito di sprovveduti che ha provato a cambiare vita affidandosi a rametti d’ulivo, manciate di sale, numeri fortunati, rituali astrusi. Fino al giorno in cui una donna lombarda, Fosca Marcon, contattò via e-mail Striscia la notizia, e il grande abbaglio fu ridicolizzato dal microfono di Jimmy Ghione. «È giusta la condanna nei confronti di Vanna Marchi e Stefania Nobile - afferma il presidente del Codacons Carlo Rienzi - ma non basta condannare due soggetti per risolvere un problema che è molto più generale: la questione fondamentale è quella di impedire le televendite di maghi, astrologhi, cartomanti e di tutti quei teleimbonitori dell’occulto che imperversano sulle reti private a danno dei soggetti più deboli».