Crais: "Il mio compito? Togliervi il sonno"

Nel suo ultimo libro, il maestro del thriller invia il detective Elvis
Cole fra gli incendi che assediano Los Angeles. Ma adesso volta le
spalle a Hollywood: "Non voglio che il mio eroe diventi una star"

Ci sono autori che venderebbero l’anima al diavolo, oltre che ai propri editori e agenti letterari, pur di veder debuttare al cinema i propri personaggi. Lo scrittore americano Robert Crais, invece, nonostante sia considerato un maestro indiscusso dell’action thriller, ha fatto di tutto in questi anni per evitare che il suo detective Elvis Cole diventasse protagonista di un kolossal di Hollywood. «Cole - confessa Crais - è un personaggio che diventa vivo e credibile soltanto quando raggiunge la mente dei miei lettori. Soltanto allora è qualcosa di unico e ognuno può rappresentarselo come vuole. Non vorrei che un adattamento cinematografico sciupasse questo rapporto unico fra me e i miei lettori».

D’altra parte, quando Crais ebbe l’opportunità di scegliere un protagonista per le sue storie, non a caso preferì Bruce Willis nel ruolo del negoziatore Jeff Talley protagonista di Hostage, diretto da Florent Emilio Siri. Perché l’autore ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il mondo del cinema e della televisione, essendo stato sceneggiatore di serie televisive come Hill Street giorno e notte, Vegas, Miami Vice, Baretta, Quincy, L.A. Law-Avvocati a Los Angeles, Twilight Zone, Un giustiziere a New York, e ammette di aver imparato molto, per il suo mestiere di scrittore, nel vedere all’opera sul set registi come Michael Mann. Quest’esperienza la si avverte in tutti i suoi romanzi e la sua abilità nell’alternare scene di suspense e di azione è divenuta con il tempo una macchina pressoché perfetta nel catturare l’attenzione dei lettori. Delle storie di Crais sono protagonisti ex rapinatori (Countdown), artificieri (Lo specialista), negoziatori (L’ostaggio), ma soprattutto l’investigatore privato Elvis Cole, al quale si affianca spesso in parallelo il fidato amico Joe Pike (protagonista ne L’angelo custode).

Che Cole sia un personaggio dotato di grinta e spessore, i lettori italiani lo avevano già scoperto fin dai tempi di Corrida a Los Angeles, pubblicato nel 1987 nei Gialli Mondadori. Poi hanno appreso degli eventi che lo hanno profondamente segnato, come l’abbandono da parte del padre raccontato in L.A. Tatoo, e la guerra nel Vietnam rievocata in L’ultimo detective. Il recentissimo e come al solito avvincente Attraverso il fuoco (Mondadori) conferma che la vita del personaggio creato da Crais è costellata da incubi e rimorsi, in una serrata avventura che lo vede alle prese con una serie di terribili incendi che stanno investendo la città di Los Angeles. Un’indagine che costringe Elvis Cole a riaprire il caso di Lionel Byrd, sospettato anni prima per i brutali omicidi di sette donne e ora ritrovato cadavere con in mano un compromettente album fotografico che contiene proprio le foto di quelle vittime.

«Ogni volta che scrivo una nuova storia di Cole - confessa Crais - provo al contempo paura e piacere. Sono da una parte scombussolato e dall’altra atterrito. Ogni nuovo romanzo che scrivo, per me è una vera e propria esplorazione. Non so mai se ce la farò ad arrivare fino alla fine. Non so mai se manterrò lo stesso ritmo dei precedenti o se invece qualcosa cambierà. Per far crescere il mio eroe ho bisogno di scuoterlo ogni volta. Devo renderlo fragile, debole. Devo accerchiarlo con dubbi, rimpianti, paure. Solo così posso renderlo umano e credibile ai lettori».

Mister Crais, si è dovuto documentare molto sul tema degli incendi per scrivere «Attraverso il fuoco»?
«No. A Los Angeles succedono spesso incendi e ogni abitante della mia città credo che abbia un po’ di aneddoti personali sulla famigerata stagione degli incendi di cui parlo».

Los Angeles è una città che è stata descritta da molti noiristi (Ellroy, Chandler, Cain, Connelly), crede che il suo punto di vista sia lo stesso dei suoi colleghi?
«Siamo tutti autori molti diversi: per carattere, per età, per esperienza. Quindi credo che il ritratto che ognuno di noi ha dato di Los Angeles rispecchi da vicino le nostre differenti personalità. Amo Ellroy, Connelly, Chandler e Cain e proprio perché ognuno di loro ha raccontato in maniera diversa L.A. li amo ancora di più. Se avessero visto e descritto Los Angeles nella stessa maniera, avrebbero scritto tutti lo stesso libro. Io trovo che Los Angeles sia la città delle opportunità ed è proprio per questo che ho deciso anch’io di raccontarla a mio modo».

Le manca il suo lavoro di sceneggiatore televisivo?
«No, non ne sento una vera nostalgia. Mi manca soltanto talvolta l’eccitazione dei tempi di produzione. È sempre adrenalinico collaborare con gente di talento e creare insieme film. In particolare ho sempre amato molto il lavoro di postproduzione (editare un film, scegliere la musica giusta e i giusti effetti speciali). Questi sono gli aspetti di quel mondo che trovo grandiosi, ma sinceramente preferisco scrivere romanzi piuttosto che scrivere per la televisione. Mi sento molto più libero».

Non le dispiace che la Abc non abbia mai messo in onda i «pilot» delle serie di Spiderman e del Dottor Strange che aveva scritto per loro?
«È davvero un peccato che la produzione abbia ritenuto proibitivi i costi di quel progetto e abbia rinunciato a realizzarli. Ho avuto la possibilità di lavorare con il grande Stan Lee per realizzare questi pilot. Uno sceneggiatore che da bambino consideravo un eroe tanto quanto i suoi personaggi. Fra l’altro le storie che ho potuto sceneggiare erano state disegnate da Steve Ditko che era il mio disegnatore preferito. Per cui per me lavorare con loro è stato come veder realizzato un sogno. Ho cercato di essere il più fedele possibile alle storie originarie e sono davvero orgoglioso del risultato, anche se purtroppo nessuno potrà mai vedere quei film che abbiamo realizzato insieme».

Le piacerebbe inventare una nuova serie televisiva tutta sua?
«No perché non ho più voglia di lavorare in maniera condizionata. Mi piace la televisione, anzi amo la televisione, ma il processo lavorativo che la produce ti prosciuga, come autore. Continuo a essere interpellato dagli studios e dai network per progetti del genere, ma non ho certo voglia di farmi mettere un cappio al collo. Comunque, posso dirvi che sono un fan di The Shield, spettacolare, nero, cattivo, pieno di azione, e di Battlestar Galactica, semplicemente grandioso».

Quanto è importante la suspense nelle sue storie rispetto alla psicologia dei personaggi?
«Sono entrambe fondamentali. Mi piace scrivere storie che siano eccitanti e che allo stesso tempo mettano in scena personaggi credibili. Soprattutto mi auguro che i miei lettori stiano svegli tutta la notte a leggere le pagine dei miei romanzi».

Perché ama scrivere noir?
«Perché è una sfida ogni volta. Ogni volta che scrivo una mia storia mi sento anch’io disperato come i miei eroi. Un romanzo noir fondamentalmente si occupa sempre del significato ultimo della vita e della morte. Vedi le persone nel loro lato più oscuro, e puoi esplorare quanto questa oscurità possa intaccare la loro luce».