Cravatta sì, ma occhio al gusto

Parlare di uomo e abiti e arrivare alla cravatta era un po' come parlare di belle donne e collane. Anzi di più, perché la cravatta era l'unico elemento di vera fantasia personale consentito al vestire maschile quotidiano, dove l'abito grigio e quello blu andavano sempre bene ed il verde era sempre un flop. Poi è arrivata, finalmente, una impetuosa corrente di libertà estetica maschile, diventata poi rivoluzione, cruenta, un tornado con morti e feriti nel ben codificato mondo degli accessori maschili, colletti inamidati, gemelli, fermagli, mutande, calze, foulard, fazzoletti, spille, ecc.. E cravatte. Anzi la Cravatta.
Intesa malamente come simbolo, odiato e superato dai tempi e dalla vita, segnale di uno stantio perbenismo formale noioso ed ingessato, né dinamico né più attuale. Dunque, la cravatta è morta, evviva la cravatta! Perché infatti la cravatta non è accessorio al vestire ma è il vestire maschile. Un certo modo di vestire, in certe circostanze, da uomini giovani e non giovani, anche in una quotidianità in cui ciascuno si veste come vuole, da cow boy in ufficio, da manager in campagna, senza calze d'inverno, con la sciarpa d'estate, in lino a novembre, in camicia in banca, in maglione al CDA, in tuta al ristorante. Ma lei, la cravatta, resta sempre quando la si indossa un segnale di rispetto, di compostezza, di completezza capace di dare sicurezza a chi la indossa e anche a chi la guarda.
Ma, attenzione! Magari bastasse la cravatta ad infondere fiducia e trasmettere eleganza agli altri! Proprio la cravatta è invece un terreno minato su cui gli uomini che la indossano giocano la propria credibilità ed immagine. Chiariamo allora che la cravatta non deve mai sembrare un obbligatorio sforzo di fantasia, un'esibizione di stupefacente originalità, una palestra di inusitata audacia, una forzata ribellione in cambiamento continuo. Dunque, ad esempio mai incravattarsi come il Presidente della Camera, ogni giorno, per forza una cravatta diversa, dal giallo livido, al rosso sangue di bue, al pervinca al viola, al singhiozzo di pesce in contrasti stridenti con gli abiti indossati e con involontari effetti da gagà di provincia. Mai, come certi lettori di telegiornali, tranne uno o forse due che ci parlano con cravatte a fantasia grossolane, righe e rigoni pseudo regimental, tinte improbabili, tutte scelte da imputare speriamo ai loro stylist da licenziare in tronco. Perché la bella cravatta accompagna con discrezione il vestito e la faccia di chi la indossa, con il colletto che la incornicia e non è mai gridata, a meno che uno non sia Lapo, imbattibile per l'inedita eleganza della sua originalità ribelle e calibrata con impeccabile sicurezza di gusto. La cravatta è un baluardo dell'apparire maschile insostituibile, oggi più che mai, in mille occasioni qualunque siano lo stile dell'uomo e la circostanza del momento. La cravatta è come il congiuntivo quando si parla chi ce l'ha lo sfoggi al momento giusto. Infine la cravatta ben portata piace alla donna di classe. Non siamo d'accordo? Allora non indossiamola piuttosto che metterla brutta e mal portata. Almeno al collo cari uomini, buon gusto e libertà!