Il Craxi ritrovato: né demone né santo

Mentre si tenta una riconciliazione postuma con il Pci, esce un saggio su fortune e declino del partito socialista

Sismografo e insieme epicentro dei terremoti, delle convulsioni, dei tormentati passaggi della politica nazionale. Questo è stato il partito socialista nella Prima repubblica, ma - volendo allargare lo sguardo - si può tranquillamente affermare che lo è stato anche prima, nell’Italia prefascista. Paradossalmente lo è tuttora che quasi non esiste più. Lo si è visto pochi giorni fa quando, riunito a congresso per misurarsi su un’ipotesi di riunificazione, ha consumato invece l’ennesima lacerazione.
Punto d’incrocio delle scosse politiche lo è sempre stato, si diceva. Ma è indubbio che dopo il ’45 questo è sembrato proprio il suo irrevocabile destino. Anomalia massima nel panorama europeo. Qui i vari partiti socialisti, pur tra alterne fortune politiche ed elettorali, si sono sempre confermati l’asse attorno cui la sinistra ha finito per ritrovarsi. Anomalia del socialismo, variabile dipendente dell’anomalia del comunismo nostrano: troppo forte, questo (culturalmente), e troppo grande (elettoralmente) per consentire un ruolo da protagonista ai cugini socialisti, insieme troppo debole (quanto a potere coalittivo) per permettersi il lusso di sostituirsi ad essi nel rendere praticabile un’alternativa di governo.
L’equilibrio sfavorevole di forze ha fissato il ruolo del Psi nel sistema politico e questo lo ha, per così dire, condannato ad essere una forza di frontiera: promotore ed al contempo vittima del cambiamento. A tal punto che, nel momento in cui è stato capace di realizzare (con la segreteria Craxi) la sua massima valorizzazione proponendosi come l’interprete più convinto e spavaldo dell’innovazione - culturale della sinistra e istituzionale della repubblica -, si è procurato anche la sua massima penalizzazione. Praticamente la sua scomparsa.
Animatore di conflitti assai aspri in vita, è diventato oggetto di giudizi non meno astiosi una volta uscito di scena. Non si contano gli interventi a diverso titolo - di politici, intellettuali, studiosi, giuristi, sociologi, scienziati della politica - e di diverso respiro - su giornali, settimanali, riviste, pamphlet - che si sono esercitati sull’argomento in questi anni, sempre comunque più o meno viziati (salvo poche eccezioni, come nel caso di Luciano Cafagna ne La slavina socialista, Marsilio editore, e di Luigi Covatta ne Menscevichi. I riformisti nella storia dell’Italia repubblicana, sempre di Marsilio) da spirito polemico: ora assolutorio ora, più spesso, di condanna.
Da qualche tempo il clima è cambiato ed anche dai suoi più fieri oppositori - come D’Alema e lo stesso Fassino - sono venuti giudizi meno sferzanti, addirittura qualche riconoscimento. È stata tentata anche una riconciliazione postuma di Psi e di Pci, giocata sul filo di una volontà di assoluzione di entrambi, troppo smaccatamente accomodante però per risultare credibile. Di fatto era ispirata solo dal calcolo opportunistico di predisporre una memoria storica accettabile alle tifoserie superstiti di entrambi i partiti (un Craxi modernizzatore incompreso, un Berlinguer profeta inascoltato della «questione morale») al fine di rendere possibile una ricomposizione della sinistra.
Si sentiva la necessità di un bilancio critico della controversa fase della politica italiana compresa tra l’ascesa al vertice del Psi di Bettino Craxi e la sua caduta, coincisa con il tramonto della stessa Prima repubblica. È benvenuta perciò la pubblicazione di uno studio su quei tormentatissimi giorni condotta da due storici di professione, animati dal proposito non di liquidare conti o di stendere sentenze, ma di offrire una lettura il più possibile documentata, equilibrata, spassionata e non per questo banalmente acritica (Simona Colarizi-Marco Gervasoni, La cruna dell’ago. Craxi, il partito socialista e la crisi della Repubblica, Laterza, pagg. 277, euro 18).
Il lettore non si aspetti alcuna rivelazione clamorosa su retroscena o antefatti sinora sconosciuti. Per quanto premurosa sia stata la ricerca di ogni nuova fonte sulla vicenda, perdurando l’impossibilità di accedere alla consultazione delle carte conservate negli archivi pubblici e privati, la base documentaria era fissata in partenza: quotidiani e periodici del tempo, atti ufficiali di partito, memorialistica di varia tendenza. In più Colarizi e Gervasoni si sono premurati di visionare i documenti desecretati della Cia, le carte conservate preso le Fondazioni Turati e Mancini, la Videoteca Centrale della Rai. Non ne sono venute, però, significative novità. Solo qualche conferma. Nessun colpo di scena dunque e nemmeno alcuna revisione delle interpretazioni correnti. Evidentemente la paura di cadere nella trappola della partigianeria nella quale è così facile finire quando si tratta una materia ancora tanto incandescente ha consigliato agli autori di usare un taglio freddo lasciando che fossero soprattutto i fatti a parlare.
Qual è il Craxi che emerge? Non è il leader dimezzato - metà capitano coraggioso e metà Ghino di Tacco - con cui altri hanno cercato di far quadrare i conti mettendo insieme le sue buone intuizioni e i suoi cattivi metodi. Somiglia piuttosto ad un leader insieme moderno e modernizzatore che capisce in anticipo la necessità di svecchiare la sinistra e con essa la politica italiana, ma che per perseguire tali fini non si accorge di imboccare una scorciatoia che lo conduce al fallimento. Non attua l’imprescindibile riforma del suo partito. Utilizza spavaldamente la leva del finanziamento illecito, come se la «questione morale» non fosse, essa stessa, una preminente questione politica. Da ultimo, sottovaluta la disaffezione crescente dei cittadini nei confronti della formula politica, ormai divenuta improduttiva, del pentapartito e soprattutto della partitocrazia, di cui il capo socialista finisce in tal modo per diventare la personificazione vivente. Chiude così nel dramma una partita cominciata con le più ambiziose aspettative per il suo partito e per la stessa democrazia repubblicana. E la sinistra, con il Psi accoppato ed il Pci azzoppato, si ritrova una nuova volta a dover ripartire da zero.