Creatività, zona franca

Era il 1971, quarant’anni e due morali fa, quando i Rolling Stones incisero Sticky Fingers, l’album della droga vissuta in prima persona. La prima traccia era Brown Sugar, pezzo miliare della storia scandalosa del rock, ma che non inorridì particolarmente né pubblico, né critica, né giudici, nonostante riferimenti espliciti al sadomasochismo, all’eroina, al sesso orale. E l’ottava traccia era Sister Morphine, il cui titolo dice tutto. Eppure l’unico processo subito dagli Stones nella loro carriera è stato quello di beatificazione, da parte dei loro fan. Nessun discografico ha mai negato loro un contratto, e nessuna città un concerto. Se è accaduto, è stato perché la musica superava la soglia dei decibel, non quella della morale.
Il brano Heroin, dei Velvet Underground, fu scritto da Lou Reed nel ’64. È forse il più tossico della storia della musica. Racconta, in una sorta di flusso di coscienza lisergico, cosa pensa un ragazzo che si fa di eroina, diventata sua «moglie» e sua «vita». Critici e media fecero il loro lavoro stigmatizzando una canzone che glorificava l’uso di stupefacenti, mentre la band spiegò che descriveva semplicemente una «situazione». Sta di fatto che i fan per anni sotto il palco dei concerti raccontavano ai loro idoli di avere iniziato a bucarsi a causa di Heroin. Cosa che seppellì Lou Reed di sensi di colpa, ma non di cause legali. Così come Cocaina, scritta da J.J. Cale nel ’75 e resa immortale da Eric Clapton, finì nelle hit, non nelle aule di tribunale. She don’t lie, cocaine.
Questo per dire, al di là degli improponibili paragoni artistici, che l’errore di Morgan è stato non di aver minimizzato l’uso di droga. Ma di averlo fatto nella sede sbagliata. Fuori cioè dalla zona franca dell’espressione creativa. Oltre il sacro recinto dell’arte. Se le stesse cose le avesse cantante sul palco, invece che dichiararle in un’intervista - al netto delle inevitabili polemiche - sarebbe stato salvato, non dannato. A Sanremo con un testo del genere non ci sarebbe andato comunque. Ma avrebbe evitato la gogna mediatica e il tribunale delle coscienze. Quello dell’arte - come insegna la storia della letteratura, della musica, del cinema - è un passaporto universale per attraversare i territori del proibito e dell’immoralità. L’unico lasciapassare del Male. Le eccezioni, in gergo «censure», sono trascurabili corollari dell’ingegno.
Quando l’artista «dichiara» o «agisce», è un uomo come tutti noi, uguale di fronte alla Legge e alla Morale. Quando «crea», è un artista e basta. Di per sé, al di fuori della legge e della morale. I guai giudiziari di Pier Paolo Pasolini, solo per citare lo stracitato, non gli derivarono tanto dai romanzi ma dal fatto che molestava i ragazzini alle feste di paese. E Oscar Wilde finì in carcere non perché esaltava nei suoi libri l’omosessualità, ma perché la praticava nei salotti, in un’epoca in cui era proibita. La letteratura, in quanto tale, gode di un’impunità (quasi) assoluta fornitale dallo statuto - appunto - creativo. Anche la storia più fortemente autobiografica e «vera», all’interno di un romanzo (di una canzone, un film, un’opera d’arte), è finzione. Motivo per il quale l’umanità intera considera Vladimir Nabokov un gigante della letteratura e non un pedofilo. Se - redivivo - oggi dichiarasse in un’intervista a Max di portarsi in motel le quattordicenni, finirebbe, giustamente, in cella. E casi analoghi e perversi, da Huysmans ad Aldo Busi, riempiono i manuali e le cronache.
Tornando alla musica. Gli Slayer, rispetto ai quali il mefistofelico Morgan è un numerario dell’Opus Dei, hanno profanato ogni possibile morale a proposito di religione, sesso e convivenza sociale, spaziando dall’elogio della guerra al satanismo. E facendo sorgere - ascoltando The Final Command o Angel of Death - legittimi sospetti di esaltare l’ideologia nazionalsocialista. La band è finita in mezzo alle polemiche, mai in carcere. E, come è noto, oltre l’apologia di nazismo non c’è più nulla.
A proposito. Nel romanzo Le Benevole, uscito nel 2006, Jonathan Littell fa raccontare lo sterminio degli ebrei in prima persona da un ufficiale delle SS. Lucidamente, senza rimorsi. Suggerendo l’idea, anzi dimostrandola, che i nazisti non erano affatto dei mostri, ma persone come noi. Come me scrittore, come te lettore. Così come non provò nulla l’ufficiale delle SS a lavorare nei campi di concentramento, allo stesso modo - nello stesso contesto - non avremmo provato nulla neppure noi. Una tesi rischiosa, sul filo del «giustificazionismo». Pericolosa. Ma che, narrata in un romanzo, è valsa all’autore non pubbliche riprovazioni ma, come recita la formula, un grande successo di critica e di pubblico. Qualcosa di simile, scambiando i ruoli dei buoni e dei cattivi tra nazisti e americani, lo ha fatto Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria. Che, essendo un film, rischia un Oscar.
Il caso Morgan è grave perché ha difeso l’uso della droga, qualcosa di micidiale per i giovani, di cui a torto o a ragione è un idolo. L’esclusione dal Festival, al di là e al di fuori di moralismi e censure, è comprensibile. Il suo non è stato un reato, ma un peccato. Di superbia. Ha creduto, da persona normale, di poter sostenere ciò che solo a riparo del «genio» creativo può essere cantato, da un artista. Michel Houellebecq, che è Houellebecq, fu tacciato di islamofobia e razzismo, e perseguito per vie legali dalla Lega dei diritti dell’Uomo, non per ciò che scrisse in Platform, ma per ciò che dichiarò alla rivista Lire. E peraltro vinse la causa.
È «solo» per questo che un “pessimo soggetto” come Eminem - accusato di scrivere canzoni razziste, omofobe e misogine ma assolto proprio perché, come dichiarò più volte, i suoi testi «non devono mai essere presi sul serio» - sul palco di Sanremo, pur tra le polemiche, nel 2001, ci salì. E ci stette. A differenza di Morgan.