Una creazione va sempre tramandata

L’opera d’arte non appartiene all’autore ma all’umanità, perché è per l’umanità - se è davvero un’opera d’arte universale e non un capriccio pseudoletterario - che è stata pensata e realizzata. L’Eneide, che il suo autore in punto di morte chiese fosse distrutta, non è di Virgilio, ma di tutti coloro che l’hanno letta e la leggeranno nei secoli. La versione della Recherche che conosciamo, pubblicata grazie ai materiali autografi divulgati dai familiari contro il volere di Marcel Proust, non appartiene allo scrittore francese, ma ai suoi lettori. E Il castello, così come Il processo, salvati dal fuoco grazie alla provvidenziale disobbedienza dell’amico Max Brod, non appartengono a Kafka. Ma a tutti noi. E del resto, se qualcuno avesse sconsideratamente dato retta a Flaubert, il quale in un momento di depressione chiese di essere sepolto con tutti i suoi manoscritti inediti, oggi conosceremmo solo a metà l’alter ego di Madame Bovary.
Tra concedere vita all’arte e rispettare la volontà di una vita, non c’è dubbio: si scelga la prima. Un libro, se è di un vero scrittore, deve essere salvato, sempre. A costo di commettere una disobbedienza, persino un atto illegale, o immorale: è grazie a molti «testamenti traditi» che oggi possiamo godere della lettura di altrettanti capolavori letterari. E che se anche capolavori non fossero - perché incompleti, o «immaturi» o «senili» - rimangono testi fondamentali: per i critici a capire il loro oggetto di studio; per i lettori a godere una volta di più del loro oggetto di passione.
Vladimir Nabokov fu un grande scrittore, forse uno dei quattro-cinque più grandi del Novecento. E una qualsiasi delle sue pagine, anche la meno perfetta, vale certo di più di mille romanzi usa-e-getta. Ecco perché va salvata, e tramandata. Anche a costo del peggior tradimento.