"Credetemi: ho giustiziato il Dottor Morte"

Aribert Heim è fra i criminali più ricercati. Per alcuni è ancora vivo, per i parenti è deceduto al Cairo.
Ecco invece cosa racconta al <em>Giornale</em> un colonnello israeliano: «Non è vero niente. L’ho stanato io»<br />

Ci sono vicende di cui nessuno verrà mai a capo. Quella della caccia ad Aribert Heim, medico di Mauthausen e ferocissimo criminale nazista, potrebbe essere una di quelle. Iniziamo dai pochi fatti certi. Il «Dottor Morte» dopo la cattura di Adolf Eichmann e la scomparsa di Joseph Mengele è il criminale nazista più ricercato del mondo. Nel 1941 ha condotto atroci esperimenti sui veleni iniettandoli nel cuore dei prigionieri del lager, ha utilizzato i crani dei medesimi per trasformarli in posacenere, strappato la loro pelle per fabbricare paralumi. Dopo la guerra, essendo molto facoltoso, è riuscito a far perdere le proprie tracce, mentre la moglie e il figlio continuavano a trascorrere la loro esistenza tra Svizzera e Germania. Nessuno da allora è riuscito «ufficialmente» ad acciuffarlo, nonostante il mandato internazionale e la congrua taglia (di 130mila euro) promessa dal Länder del Baden-Württemberg e le continue ricerche portate avanti dal Centro Wiesenthal in tutte le parti del mondo. Su questo quadro che lascia aperta la tetra eventualità di un Aribert Heim novantacinquenne che ancora si aggira per il mondo chiedendosi se questa o quella testa sarebbe un bel fermacarte, si innestano però due tesi contrastanti con un solo punto di contatto: il fatto che Heim sia invece defunto. La prima la sostiene un colonnello a riposo dell’aviazione israeliana di nome Danny Baz. Per Baz Heim è stato eliminato negli anni Ottanta da un gruppo paramilitare ebraico denominato «la Civetta». Sarebbe stato lo stesso Baz a rapirlo e a consegnarlo a una sorta di tribunale composto da superstiti dell’Olocausto. E Baz questi fatti, ora che molti dei coinvolti nella vicenda sono morti, li racconta in un libro appena arrivato in italia: I vendicatori (Piemme, pagg. 260, euro 17). Peccato che, invece, i parenti di Heim abbiano consegnato, un paio di mesi fa, alle autorità tedesche una serie di documenti che proverebbero il fatto che Heim è morto di morte naturale al Cairo, nel ’92. Avrebbe vissuto lì, convertito all’islam, con il nome di Tarek Farid. Questa documentazione consentirebbe loro di entrare finalmente in possesso di tutti i suoi beni (sui quali da anni si trascinano questioni legali e di tassazione). Eppure al Cairo il cadavere non si trova. A provare questa tesi dunque restano solo dei documenti. Falsi per definizione. Si tratterebbe di una farsa, se non ci fossero di mezzo crimini contro l’umanità, denaro, gruppi di giustizieri che eliminano nazisti, connivenze di governi e il dolore delle vittime dei lager. Così il Centro Wiesenthal si rifiuta di credere sia a Baz, sia alla versione del figlio e degli altri parenti di Heim. Per avere le idee più chiare abbiamo raggiunto al telefono proprio Danny Baz, attualmente in Israele, per chiedergli a muso duro e senza tanti giri di parole: «ma è sicuro di aver rapito Heim in Canada nell’82?». La risposta del colonnello è stata molto chiara: «Sì. Noi abbiamo catturato Heim in Canada, avendolo prima inseguito negli Stati Uniti dove era rifugiato. È un fatto. Se non lo fosse io sarei in grossissimi guai e non lo sono». E anche i dubbi del Centro Wiesenthal non sembrano turbarlo: «Io rispetto il Wiesenthal e il loro lavoro, ma sono portati a credere solo a ciò che trovano loro. Non critico la loro professionalità, ma qui stiamo parlando di qualcosa di diverso. Il gruppo di cui ho fatto parte io ha agito per altre vie ed è chiaro che su quanto è successo non posso fornire una documentazione completa del tipo che li renderebbe soddisfatti». È proprio questo uno dei punti chiave. Nel suo racconto Baz cambia alcuni nomi e omette alcuni cognomi. Quando nomina personaggi che avrebbero partecipato all’operazione segreta, come il milionario Ted Ariston che avrebbe finanziato l’impresa, o che l’avrebbero favorita in qualche modo, come il capo del Mossad Isser Harel, questi sono morti e non danno conferme. «Vede, tutto quello che racconto è vero, ma io non dico tutta la verità. C’è una sottile differenza. In alcuni casi cambio nomi e luoghi per non rendere riconoscibili persone viventi. Ma è inevitabile che queste persone desiderino l’anonimato...». Quanto al fatto che inseguire un nazista per gli Stati Uniti (con tanto di scontri a fuoco) possa sembrare una trama da film, Baz risponde: «C’erano persone all’interno delle intelligence che non condividevano le protezioni date ai nazisti dopo la Seconda guerra mondiale e ci hanno aiutati. Ma è ovvio che nessuno volesse pubblicità». Su rimorsi ed eventuali critiche al fatto che «la Civetta» abbia fatto vendetta e non giustizia, Baz non ha dubbi: «Vendetta? È stata giustizia. Era il criminale numero uno rimasto in circolazione e ha fatto cose terribili. Era un simbolo del male. Parte della mia famiglia è stata sterminata nella Shoah. Mio nonno è stato deportato, ha sofferto orribilmente. Ecco perché non solo lo abbiamo eliminato, ma abbiamo organizzato un processo. L’unico rimpianto che ho è che tanti altri nazisti se la siano cavata». E le recenti «scoperte» al Cairo? «Sulla questione, che cosa posso dire? Manca il corpo e ci sono documenti che non provano niente. E non dimentichi che ci sono dietro questioni di interesse...». Eppure neanche Baz può fornire prove materiali: «Noi le prove dovevamo distruggerle, la nostra era un’azione segreta... E se pensa alla storia di Israele sarebbe tutt’altro che unica. L’unicità sta nel fatto che abbiamo agito da privati». E così, in attesa del prossimo colpo di scena non resta che leggere il libro di Baz e aspettare. Prendendo atto che c’è un pezzo di storia che ancora non si riesce a dipanare.