Credit Suisse prende il "virus" SocGen

Il colosso elvetico sospende alcuni trader e precipita in Borsa
(-6,6%). Sul mercato sale l’allarme per l’efficacia dei controlli
interni. Zurigo ripulisce il bilancio per altri 3 miliardi di dollari e ammette: "Abbiamo sbagliato a valutare alcuni titoli subprime"

Milano - Jerome Kerviel, il trader tacciato come «traditore» da Société Générale, potrebbe avere avuto più di un discepolo negli uffici del Credit Suisse, costretta ieri a «cancellare» dal proprio bilancio altri 2,85 miliardi di dollari dissolti dal solvente dei mutui subprime dopo gli 1,8 miliardi di svalutazioni completate a fine 2007. Abbastanza per gelare il sangue ai mercati, quasi sopraffatti sia dalla difficoltà di individuare gli esatti contorni della crisi di liquidità iniziata negli Usa sia dubbiosi sulla stessa efficacia dei controlli interni persino dei più blasonati istituti creditizi mondiali.

Da qui la débâcle di Credit Suisse che è arrivata a perdere fino al 10% alla Borsa di Zurigo per poi chiudere in flessione del 6,6% a 53 franchi. In sostanza una questione di fiducia, già messa a dura prova, dopo le avvisaglie della scorsa estate in Inghilterra e Germania, dalla lunga sequenza di svalutazioni completate dai colossi di Manhattan come Citigroup e Merrill Lynch (20 miliardi). Tanto che Ubs ha già detto di attendersi per l’intero settore altri 203 miliardi di dollari di emorragia.

Tornando al Credit Suisse, su cui si è di recente soffermato l’interesse del fondo sovrano del Qatar, a preoccupare non è stata solo l’entità delle svalutazioni previste a una settimana da dati trimestrali che facevano ben sperare, ma la dinamica dell’incidente. Nella ricostruzione del gruppo elvetico, buona parte del danno è infatti stato provocato dagli «errori umani» di alcuni trader, ora sospesi dai propri incarichi. Complici le peggiorate condizioni dei mercati, Credit Suisse avrebbe sbagliato a «prezzare» alcune obbligazioni (commercial paper, prestiti ipotecari, cdo) legate ai mutui ad alto rischio americani.

Una confessione choc, contro cui poco ha potuto l’amministratore delegato Brady Dougan quando ha collegato l’ammanco a errori e ritardi per poi precisare di non avere al momento ravvisato comportamenti fraudolenti.

Credit Suisse completerà i controlli entro marzo e stima una ricaduta da un miliardo sui conti del primo trimestre che tuttavia rimarrà in utile ma non è escluso che la rivisitazione del bilancio possa riguardare anche l’anno appena trascorso.

Il timore tra gli operatori è che tra pieghe del bilancio si nasconda qualche altro tranello. «Distrazioni», ipervalutazioni di portafoglio che renderebbero ancora più minaccioso lo spettro di un ripetersi dello scandalo SocGen per il Credit Suisse. La cui incapacità a controllare i propri trader appare già una colata di fango per l’immagine di un Paese come la Svizzera che ha sempre fatto dell’efficiente riservatezza delle banche e della quantità di cacao nel cioccolato, i propri punti di orgoglio: senza contare che Ubs ha già dovuto ripulire 19 miliardi dai propri conti, sempre in termini di svalutazioni. Il direttore generale di Bankitalia, Fabrizio Saccomanni, dopo aver sottolineato l’esigenza di una maggiore collaborazione sui controlli tra le Authority a livello internazionale, ha escluso «un rischio di tipo generalizzato per il sistema» italiano sull’esempio di Socgen. La tensione però a livello europeo rimane alta, come dimostra l’impennata record dei costi dei derivati che servono a proteggere dal rischio di insolvenza, i cosiddetti credit-default swaps.