«Il credo di Roveraro? Far del bene senza clamori»

Gaia Cesare

«C’ero anch’io l’ultima volta che è stato visto a Milano. Era la persona di sempre, posata, elegante e anche quella sera era di ottimo spirito, quello che aveva abitualmente». Incredulità e attesa sono i sentimenti che hanno accompagnato il pomeriggio dei milanesi vicini a Gianmario Roveraro, dopo la notizia della scomparsa del finanziere settantenne, che si teme possa essere rimasto vittima di un sequestro. Antonio Monteleone, medico, uno dei membri dell’Opus Dei cittadino, stenta a credere che Roveraro sia sparito nel nulla mercoledì, poche ore dopo quell’incontro in Largo Crocetta 7, dedicato al fondatore dell’associazione, di cui il finanziere stesso non faceva segreto di appartenere. «Devo ancora rimettere a posto le idee - dice Monteleone - e spero solo che non gli sia successo nulla di grave».
Fede incrollabile, impegno sociale e amore sviscerato per il lavoro. Queste le caratteristiche che tutti quelli che lo hanno conosciuto riconoscono a Gianmario Roveraro. Nato ad Albenga, in provincia di Savona, ligure di nascita ma milanese di adozione, Roveraro ha fatto del capoluogo lombardo il centro dei suoi interessi principali: la finanza, la fede e il volontariato. Fondatore nei primi anni Settanta della Faes, l’associazione di scuole private Famiglia e Scuola e più tardi della Rui, per la formazione spirituale degli studenti universitari, Roveraro, fuori da Piazza Affari, aveva un doppio pallino: la formazione dei genitori per la crescita dei figli.
«Non sono stati anni facili quelli in cui cominciammo a pensare a una forma alternativa di istruzione tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta - spiega Mario Viscovi, l’uomo che gli succeddette alla guida della Faes -. Roveraro è il contrario del “bauscia”, lavorava per Milano nella riservatezza, agiva senza voler attirare su di sé grossi clamori. Questa città gli deve molto». «L’ultima volta che l’ho visto - aggiunge Viscovi - è stato il 26 giugno, in occasione della messa per il Dies natalis di San José Maria Escrivà, fondatore dell’Opus Dei. Ci siamo trovati come vecchi amici e lui è stato come al solito cordiale. Per me resta un modello, per le sue grandi doti di intelligenza, per l’eccezionale ordine mentale che metteva nelle sue attività e per il grande cuore che ha dimostrato anche per questa città».
Un desiderio di spendersi per gli altri che lo portò ad altre iniziative benefiche, come la Humanitas, il complesso ospedaliero di Rozzano, nell’hinterland milanese, di cui contribuì alla nascita insieme alla famiglia Moratti, ai Vender, ai Bracco, ai Rocca e ai Pisante.
A vederlo per l’ultima volta in Piazza Duomo, quel 26 giugno, è stato Aldo Capucci, della direzione nazionale Opus Dei: «Non riesco a immaginare chi possa volergli del male. È una persona così educata e riservata che non può aver nemici». Capucci, che alla grande stima nei confronti di Roveraro aggiunge anche una buona conoscenza del personaggio, come molti altri stenta a credere all’ipotesi della fuga: «Queste cose non si fanno a settant’anni e poi Gianmarco è una persona così serena ed equilibrata, con una splendida famiglia alle spalle». Sposato con tre figli, ex campione di salto in alto in gioventù (partecipò alle Olimpiadi di Melbourne nel ’56) di lui fatica a dimenticarsi anche il custode della casa in affitto dove Roveraro visse per circa trent’anni, prima di trasferirsi a pochi passi da quel luogo, al 26 di via Alberto da Giussano dove tuttora vive con la moglie. L’altroieri, quando la notizia della scomparsa non era ancora finita in pasto ai giornalisti, l’uomo ha visto rientrare in casa la signora Roveraro, insolitamente a bordo dell’auto del marito e col volto scuro: «Ora mi spiego perché quella faccia pensierosa».
Che cosa starà facendo adesso? «Se non gli hanno fatto del male alla testa, sono certo che starà pregando - dice Viscovi, lo storico amico dai tempi della Faes -. Aveva una vita interiore molto robusta, sa che Dio non lo abbandonerà. Come non faremo noi, tutte le persone che lo conoscono e che hanno imparato a stimarlo. Ora siamo in trepidazione per la sua sorte. E aspettiamo di sapere che è tornato a casa».