Cremaschi: governo fermo agli anni ’70

da Roma

La sinistra radicale teme il modello Vicenza: prima il governo fa concessioni poi ritira tutto. Sta succedendo con l’Afghanistan e il gioco rischia di ripetersi anche con le pensioni. A farsi portavoce di queste preoccupazioni è Giorgio Cremaschi, esponente della sinistra Cgil e di Rifondazione comunista. Che individua un responsabile preciso: Silvio Berlusconi. «È lui il problema della politica, fino a quando non si ritira non cambierà niente».
Detto da un esponente della sinistra radicale suona scontato...
«Io dico che è lui a fornire la scusa al centrosinistra per non discutere. Poi sposta la destra italiana su posizioni che non c’entrano niente con quelle della destra europea. Ha congelato entrambi gli schieramenti. Farebbe meglio a ritirarsi».
E il governo di sinistra?
«Fa una politica di centro. Recentemente ci siamo incontrati con l’Ig Metal (il sindacato tedesco dei metalmeccanici, ndr) e abbiamo constatato che la politica italiana è più a destra di quella della Grosse Koalition della Merkel. È una politica di centro, magari un centro un po’ sociale, comunque di sinistra solo perché di là c’è Berlusconi».
Il Prc non era l’azionista di maggioranza del governo?
«È una finzione assoluta. I cosiddetti radicali pesano molto meno della Lega Nord nel precedente governo».
Nel dettaglio, cosa non le piace, la linea sull’Afghanistan?
«Con Marco Revelli abbiamo scritto un articolo nel quale invitavamo il governo a non fare finzioni. Non ci hanno ascoltati».
E sui Pacs?
«Negli anni Settanta, quando passarono divorzio e aborto al governo c’era la Dc. Se ci fossero stati questi, forse non avremmo né l’uno né l’altro. Mi pare evidente una subalternità a tutti i poteri forti su tutti i campi. Precisiamo. In politica estera questo governo non ha la stessa linea del precedente, ma non è nemmeno una politica che risponda al movimento pacifista».
Si riferisce alla base di Vicenza?
«Ecco. Io temo che diventi un modello. Che, anche sulle altre questioni, come le pensioni facciano prima aperture a destra e a manca e poi, al momento buono, ritirino tutto spiegando che ce lo dice l’Europa».
Se non voi radicali, chi condiziona il governo?
«Il Partito democratico e poi i grandi centri dell’ortodossia economica come l’Europa e le grandi banche, Confindustria».
Poteri che hanno pesato anche sulla Finanziaria?
«Lì c’è stato un autogol comunicativo. A partire dal manifesto del Prc sui ricchi che piangono. Un errore clamoroso. Abbiamo avvalorato l’idea di una manovra di sinistra. Ed è evidente che dopo una manovra di sinistra arriva una fase due, magari per rimborsare i poveri industriali».
Cosa non va nella Finanziaria?
«Avevamo ragione noi a dire: attenti che poi viene gennaio. Infatti sono arrivate le buste paga ed è successo un macello: solo una minoranza di lavoratori ha avuto vantaggi, mentre per gli altri tutto è rimasto uguale o sono peggiorate le cose».
Questo ci porta al documento unitario dei sindacati...
«Non lo condivido. Sulle pensioni il sindacato deve aprire una vertenza vera, che contempli anche lo sciopero generale perché senza conflitto questo governo finirà per scontentare tutti. E io non ho mai visto tanta disillusione a sinistra come ora. Tanta voglia di astensione».