Cresce nella Russia di Putin la repressione in stile sovietico

La prima ad accorgersene era stata Anna Politkovskaja, la più celebre giornalista russa assassinata a Mosca nell'androne di casa. Qualche anno fa denunciò, sulle colonne della Novaya Gazeta, il ritorno dei gulag in una Russia che si diceva democratica e liberale. Lontano da Mosca, nelle Repubbliche più periferiche, qualche potente locale aveva tolto dalla circolazione politici rivali o giornalisti particolarmente critici facendoli internare negli ospedali psichiatrici. Sembravano episodi marginali, ultime degenerazioni di un Paese che, faticosamente, aveva abbandonato il comunismo per avviarsi sulla strada della democrazia. Anna invece li considerava sintomi sempre più chiari dell'involuzione del sistema.
La Russia di Putin, anziché progredire, si dimostra sempre più autoritaria, sempre più intollerante nei confronti di chi osa esercitare il diritto di critica o opporsi alla nomenklatura dominante. Non la si può paragonare all'Urss, perché manca il collante ideologico: il leninismo è morto e defunto e oggi Mosca appare attratta più dai fasti di un neocapitalismo rutilante che dagli ascetici dettami del Capitale di Marx. Ma certi metodi per il controllo della società dimostrano una sconcertante continuità con il passato. L'ultimo episodio è di pochi giorni fa. Larissa Arap, giornalista e militante del movimento d'opposizione dell'ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov, è stata ricoverata in manicomio. La sua colpa? Aver scritto un articolo su un giornale della città di Murmansk, sul Mare di Barents, in cui rivelava gli abusi ai quali erano sottoposti i bambini nell'ospedale psichiatrico locale, elettrochoc compreso. Uno scandalo, suffragato da numerose testimonianze, che in un Paese normale avrebbe provocato l'indignazione dell'opinione pubblica e un'inchiesta delle autorità. Non nella Russia del 2007.
Un mese dopo la pubblicazione, il 5 luglio scorso, la Arap si è recata all'ospedale di Severomosk per ritirare una copia del certificato della visita medica per la patente, superata a giugno con la psichiatra Olga Rekish. Ma quest'ultima, non appena l'ha vista, le ha chiesto di aspettare in corridoio. Ed è iniziato l'incubo. Dopo pochi minuti è arrivata la polizia, che ha caricato la giornalista in auto e l'ha portata nello stesso manicomio regionale denunciato nell'articolo. Larissa ha cominciato lo sciopero della fame e si è opposta al trattamento sanitario obbligatorio. Ma il tribunale le ha dato torto e ha ordinato il trasferimento in un centro per malati psichiatrici cronici ad Apatit, a circa 150 chilometri da Murmansk. Per le autorità russe la Arap è pazza, come pazzi erano centinaia di migliaia di dissidenti messi a tacere nei manicomi politici teorizzati da Lenin e usati con implacabile metodicità da Stalin e da Andropov.
Oggi le autorità, naturalmente, negano che quello della Arao sa un caso di repressione politica, ma Iuri Sovienko, presidente dell'associazione psichiatri indipendenti russi, ha ammesso che, dalla metà degli anni Novanta, «la psichiatria è stata usata qualche volta per scopi contrari alla medicina». Andrei Nikonov può confermarlo: reo di aver criticato il comportamento dell'Armata Rossa in Cecenia, è stato il primo giornalista a essere internato nell'era postsovietica.
Quanti altri giacciono nelle cliniche dell'immenso territorio russo? Nessuno lo sa, ma basta «qualche caso» per svelare la strategia di un regime che punta a governare attraverso l'intimidazione. Nessuno proteggeva Anna Politokvskaja, nessuno salverà Anna Larissa, nessuno punirà gli assassini dell'ex spia del Kgb Alexander Litvinenko, ucciso con il polonio in un ristorante di Londra. Gli oligarchi che dissentono da Putin finiscono in esilio, come Boris Berezovsky, o in Siberia, come il patron della Yukos Mikhail Khodorkovsky. Lo stesso Kasparov viene trattato come un potenziale nemico del popolo, nonostante riesca a mobilitare poche migliaia di persone. E ogni volta che manifesta, i suoi sostenitori sono arrestati o dispersi a manganellate. Colpirne uno per educarne cento. Possiamo ancora chiamarla democrazia?
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