Cresce il popolo dei disperati: a Milano diecimila senzatetto

Cinquemila i rom, 3mila gli stranieri e il resto tra barboni e tossicodipendenti

Una volta erano barboni poi, romanticamente, sono stati chiamati «clochard». Forse pensando che, detto così, alla francese, avrebbe reso meno duro dormire su una panchina, lavarsi quando capita e mangiare quel che capita. E crepare da soli, in una notte particolarmente gelida. Fino agli anni ’70 potevano essere qualche decina, centinaia al massimo. In maggioranza italiani, spesso alcolisti, alienati mentali, disadattati, quasi volontariamente diventati «randa». Poi sono arrivati i tossicodipendenti, poi ancora gli zingari, infine gli immigrati clandestini.
Le stime
«Difficile fare un calcolo esatto, il fenomeno è estremamente fluttuante. Credo però possano essere tra le 5 e le 10mila unità» afferma Padre Clemente della Fondazione Fratelli di San Francesco. «Magari 10mila sono un po’ troppi, ma 5mila ci stanno tutti» replica Mario Furlan dei City Angels. E con loro sono grosso modo d’accordo un po’ tutti gli operatori di strada e le forze dell’ordine. Un numero che è cresciuto anno dopo anno in una curva che sembra destinata a salire senza sosta. Una piccola città che si agita, vive, lotta per sopravvivere nel ventre di Milano. E che comprende chi si muove di giorno per le strade con quattro stracci bisunti e di notte si avvolge nei cartoni, si infila in un’auto in sosta, oppure ha conquistato una stanza in un’area dismessa o ha tirato su una baracca in periferia. A loro fianco un esercito di volontari, oltre 2mila, che distribuisce cibo, coperte medicine, e organizza mense, dormitori e ambulatori medici.
I nomadi
I conti sono del resto presto fatti. Tanto per cominciare i nomadi: 4.300 quelli stimati dalla Caritas, oltre 5mila per il Comune. Meno di 800 vivono in aree attrezzate con allacciamenti ad acqua, luce e gas. Tutti gli altri, in maggioranza clandestini, sono accampati in insediamenti irregolari, in condizioni in tutto e per tutto assimilabili a un senza tetto.
Gli stranieri
Poi ci sono gli stranieri. In base ai dati Ismu (Fondazione iniziative e studi sulla multietnicità) i regolari a Milano sono circa 200mila, ma si ipotizza, ce ne siano altri 50/60mila di clandestini, come confermano anche le proiezioni effettuate da Palazzo Marino. Di questi, in base ai calcoli effettuati dalle forze dell’ordine, almeno 3mila vivono in baracche o aree dismesse. Meno del 5 per cento, sicuramente una stima per difetto. Basti pensate che in viale Forlanini c'è una ex caserma dell’esercito dove vivono 150 eritrei, in Italia per motivi umanitari, e oltre 250 tra nordafricani e immigrati dell'Est privi di documenti. Almeno 300 tra ucraini e bulgari si sono sistemati lungo un canale in via del Calchi-Taeggi, dietro il carcere minorile Beccaria. E già sfioriamo il migliaio. Ma di mini-baraccopoli, magari di poche decine, o anche poche unità, sparse per il territorio comunale ce ne sono a bizzeffe. Basta guardarsi attorno per scoprire nel piccolo campetto vicino casa le solite due o tre roulotte o la baracca. Spesso sorgono e spariscono nel giro di settimane.
Gli italiani
Infine i «randa» tradizionali: ormai una minoranza, poco più di un migliaio. Tantissimi i tossidipendenti: l’Asl ne ha in carico 5.500, e circa il 10 per cento vive in strada. Un buon numero popola le diverse stazioni cittadine, loro habitat naturale: dalla «tradizionale» Centrale a Cadorna, dove di notte vengono alzate piccole tende canadesi donate dal Comune, da ripiegare all’alba all’arrivo dei primi pendolari. Poi Lambrate, Garibaldi, Rogoredo, Porta Genova e via di seguito, ciascuna con i suoi ospiti fissi. Molti «barba» italiani, circa 150, però preferiscono il centro. È più confortevole, le case riscaldate intiepidiscono anche le notti più gelide, ed è più sicuro, c’è sempre luce e un minimo di movimento. Ognuno ha il suo angolino ben ritagliato e ha stretto amicizia con residenti, custodi e negozianti da cui arriva sempre un piccolo aiuto: abiti smessi, un po’ di cibo, una semplice occhiata al «guardaroba» lasciato in un angolo. Sono i più fortunati. A una certa ora si infilano nei loro cartoni, si avvolgono in coperte e sacchi a pelo e buona notte.
Il giorno
Come si vede siamo forse più vicini ai 10mila che ai 5mila. Una popolazione variegata dunque, che striscia lungo le strade ognuno con i suoi orari e le sue attività. Lavavetri, venditori abusivi di cianfrusaglie, libri, prodotti etnici, confusi tra chi chiede l'elemosina e rubacchia. Tanti i minorenni, inviati dal racket, in particolar modo nelle metropolitane, a mendicare o borseggiare. Ma tanti anche gli anziani e gli handicappati che espongono le loro menomazioni per impietosire i passanti.
La notte
Al tramonto si ritirano e vengono sostituiti da una comunità se possibile ancora più dura e incattivita. Ci sono le prostitute, calcolate da Avenida (organizzazione del privato sociale, promanazione della Caritas) intorno alle 1.500, soprattutto nigeriane, romene e albanesi, che vanno a riempire viali e strade, dal centro fino all’estrema periferia. Al loro fianco i prostituti, tutti molto giovani, moltissimi i minorenni, soprattutto dall’Est Europa: l'anno scorso il Tribunale dei minori ha calcolato possano essere intorno alle 500 unità. Ci sono i disperati che con un coccio di bottiglia, già il coltello è un lusso, cercano di rapinare qualche altro clandestino. Che per questo si guarderà bene dal fare la denuncia. Una manciata di euro del resto basta e avanza come bottino. Quindi c’è chi spaccia, chi si azzuffa, chi si riempie di droghe e alcol. All’alba ne ritrovi una trentina sui mattinali di Questura e carabinieri, tutti stranieri naturalmente. Tra loro, ogni tanto, fa timidamente capolino un italiano con domicilio fisso: una vera rarità.
(1-continua)