Cresce il rischioattentati: le fucine di fanatici in Italia

<strong><a href="/bin_laden/cresce_timore_attentati_per_viminale_e_allarme_rosso/03-05-2011/articolo-id=520708-page=0-comments=1" target="_blank">Per il Viminale è allarme rosso</a></strong>. Secondo gli 007 militari il nostro Paese è diventato una fucina di fanatici e violenti: ai tremila mujaheddin pronti all’azione si aggiungono i molti proseliti fatti dagli imam più estremisti. <strong><a href="/interni/e_adesso_nuova_cupola_prepara_vendetta/03-05-2011/articolo-id=520564-page=0-comments=1" target="_blank">Adesso la nuova cupola prepara la vendetta</a></strong>

Gian Marco Chiocci - Luca Rocca

Al Qaida made in Italy. Se i tentacoli del network terroristico sono ben ramificati nel nostro Paese lo si deve a un’inarrestabile penetrazione dell’islam radicale che ha fatto della militanza jihadista la sua ragione di vita. Secondo stime ufficiose d’intelligence, fra la Sicilia e la Val d’Aosta risiederebbero stabilmente oltre tremila «mujaheddin» già passati per le «semestrali» d’addestramento nei campi di Osama in Afghanistan, Yemen e Pakistan. In gran parte «homegrown mujaheddin», cioè immigrati di seconda generazione indottrinati via internet, pronti al sacrificio sulla falsariga di quanto sperimentato dai fratelli islamici «italiani» che combatterono numerosi in Bosnia coi fratelli musulmani. Crescono anche i «martiri» nostrani, gli shaid, già all’opera in Afghanistan e Irak: un centinaio. Chi non ci ha lasciato la pelle è finito a Guantanamo, come dimostrano le storie di sei tunisini residenti a Milano, Torino e Bologna o dell’egiziano Sherif domiciliato a Como.
La cruda realtà dell’Antiterrorismo italiano, però, è che non abbiamo solo l’esclusiva dei fiancheggiatori esperti in contraffazione di documenti e logistica per latitanti. Produciamo direttamente terroristi d’esportazione, anche se gli imam filo Osama - e più giudici italiani - li assolvono chiamandoli «guerriglieri». L’ultimo sacerdote del terrore è M’Hamed Garouan, predicatore in Calabria, arrestato il mese scorso perché incitava i fedeli alla cacciata dei miscredenti «nel nome della jihad militante, unica via d’accesso al giardino promesso ai timorati di Dio». Altrettanto faceva, secondo un pentito di Al Qaida, lo sceicco-imam Imam Ayachi Bassam fermato a Bari per aver installato una cellula informatica sulla rete di Bin Laden. Ben oltre è andato l’imam marocchino Mostapha El Korchi, direttore della «scuola di terrorismo» di Ponte San Felcino a Perugia con studenti-kamikaze pro Bin Laden arrestati e rispediti a casa, in Marocco, a gennaio.
Le moschee, specie quelle illegali, rappresentano il problema dei problemi. Se dal 2009 al 2010 i controlli sui centri religiosi che propagandano la Guerra Santa (la maggioranza in garage e scantinati) sono stati oltre 120 a fronte di 749 luoghi di culto islamici (con oltre 25 leader spirituali monitorati) il motivo è che proprio questi ritrovi vengono ritenuti il collante dei fiancheggiatori delle cellule «dormienti» (una quindicina, secondo gli 007). La statistica rende meglio l’idea: dal 2001 al 2010 sono state 146 le condanne di terroristi islamici «italiani» sotto varie sigle («Gia», «Tawhid wal Jihad», «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento»). In molti, specie in Lombardia, puntano sicuri sulla moschea di viale Jenner, «centro di reclutamento di terroristi» a detta dei cablogrammi intercettati da Wikileaks, colpita da morti eccellenti (l’ex imam Shabaan ucciso in combattimento) e numerose inchieste sulla filiera europea di Al Qaida, a cominciare dal filo che si spezza l’11 settembre o la condanna per terrorismo del suo storico imam, Abu Imad, premiato anzitempo con l’asilo politico, poi revocato dal ministro Maroni.
Gli eredi dello spietato Abdul Qadir Fall Mamour, «portavoce» di Osama in Italia, noto come (ex) imam di Carmagnola, si dividono fra la Campania, il Lazio, la Lombardia e il Piemonte, con quest’ultima regione ancora legatissima ai sermoni di Bouriqui Bouchta, imam torinese produttore di fatwe: espulso. Al pari di altri colleghi, come il responsabile della moschea di Cremona, Maourad Trabelsi, oppure l’imam Mohammed El Mafoudi di Gallarate (considerato una quinta colonna di Osama, poi assolto) a Snoussi Hassine Ben Mohammed, imam di Como (espulso), a Rachid Mamri, imam fiorentino, sospettato di vicinanza all’Al Qaida marocchina (assolto pure lui), Rachid Ilhami, predicatore del centro della Pace di Macherio, assolto a Monza («perché i progetti di Jihad - scrive il gip - non sono reato») e infine Hemman Abdelkrini, guida spirituale della Capitale celebre per i violentissimi sermoni (espulso).
La lista dei portavoce di Allah è lunghissima, e nella radiografia dell’Antiterrosimo precede il capitolo del reclutamento nelle università (Perugia e Padova) e nelle 65 «madrasse», scuole coraniche irregolari a rischio d’estremismo. Più complessa la galassia informatica dei fan di Obama (duecento gli internet-point intercettati). Blog e chat vengono utilizzati per fare cassa e soldati, minacciare il governo italiano, rivendicare entusiasticamente gli attentati sanguinari ai contingenti militari italiani (oltre 500 segnalazioni). Sono siti più compartimentati del primissimo www.almouhajiroum.com che ai «nostri» islamici dava istruzioni su come guerreggiare in Afghanistan. Il punto di non ritorno, il segnale che qualcosa è cambiato per sempre, porta il nome di Mohamed Game, appassionato di dvd con cittadini occidentali sgozzati in tv, che si è fatto esplodere in malo modo davanti la caserma Santa Barbara a Milano: è il primo attacco di ispirazione jihadista nel nostro Paese, un brusco risveglio per le cellule «in sonno».