Ma crescono i nemici dell’Ulivone: niente fusioni

da Roma

L’Ulivone come la corazzata Potemkin. «No, il dibattito no!»: nell’urlo fantozziano si ritrovano oggi tanti elettori dell’Unione, andati a far la fila in allegria per le primarie e ora timorosi di un nuovo tira-e-molla tra i partiti del centrosinistra. Per il momento, le cose si stanno mettendo bene, almeno dal punto di vista del dibattito. Incassati i «sì» di Fassino e Rutelli, Romano Prodi vuole che la grande aggregazione dell’Unione si costruisca «passo passo». Dunque, sarà aperta a tutti, quando ognuno vorrà e amen. Il resto della coalizione vede invece nella «bicicletta Ds-Dl» o un pericolo o «una buona opportunità», come già fa i suoi conti Mastella. Il leader di Ceppaloni è stato il primo a tirarsene fuori, assieme al rifondatore Fausto Bertinotti.
La lista unitaria «mi pare una grande cosa per loro e gli faccio gli auguri - dice Mastella -, ma è anche una buona opportunità per me di riconfermare questa linea di centro...». Mastella sogna di organizzare «un polo degasperiano» e candida l’Udeur «a recuperare gente democristiana: se è indubbio che ci sia un motore della coalizione, ci saranno anche le altre parti meccaniche, la mia spero che funzioni anche in virtù del fatto che qualcuno dalla Margherita o dall’ala riformista possa approdare dalle mie parti». Scontato anche il «no» di Bertinotti, che ribadisce fino allo sfinimento: «Prc corre da sola con il proprio simbolo».
Più complessa la situazione per i socialisti, che facevano parte del primo tentativo di Ulivone, e che ora hanno stretto un patto d’unità con i Radicali. L’arguto Roberto Villetti conferma che non ci saranno inversioni a «U». «Stanno emergendo progetti che contengono più tattica che strategia - spiega -, non ci convincono frettolose riconversioni di linea che sono affidate a vere e proprie fughe in avanti. La crisi dell’Ulivo non è stata dovuta a un malessere passeggero, il centro ha assunto una connotazione cattolico-democratica: ipotizzare che con raggruppamenti elettorali costruiti senza la necessaria chiarezza si possano risolvere problemi di notevole portata, non è credibile».
Ancora differenti le sfumature del «no» di Verdi e Pdci. Alfonso Pecoraro Scanio sarebbe prontissimo a una lista dell’intera Unione, ma «se si tratterà dell’Ulivo non ci interessa perché non siamo un partito riformista». Stesso ragionamento per i Cossutta, padre e figlia. «Una lista unitaria dell’intera Unione sarebbe un fatto positivo, di grande rilievo, se così non fosse non si può contare sulla nostra presenza», dice Armando. Maura aggiunge che «il rilancio di una cosa passata non risponde alla richiesta di unità che ci hanno fatto gli elettori delle primarie. Senza contare che alla Camera, divisi, si prendono più voti». In grandi ambasce torna la sinistra ds. Fabio Mussi vede nel rilancio del partito unitario «un modo per alzare la posta, non possiamo essere una costruzione unitaria, dobbiamo avere un’identità chiara, sbagliata una fusione tra Ds e Margherita». Cesare Salvi trova «non serio che nascano e muoiano partiti a seconda di come cambiano le leggi elettorali o che Prodi esprima una preferenza o un’altra. È il segno di un’impressionante leggerezza della politica italiana». Esplicita la conseguenza che il leader della sinistra ds ne trarrebbe: «Se si dovesse andare nella direzione che dice Rutelli oggi, cioè un partito democratico svincolato dall’Internazionale socialista, buon viaggio a chi volesse andare con lui, ma io e chi la pensa come me certamente non ne farà parte».