"Creste" sul pieno di benzina: 35 indagati per evasione e truffa

La Gdf accerta un &quot;giro&quot; di 8 milioni di litri di carburanti esentasse. La banda usava pompe taroccate e rilasciava scontrini precompilati. Per tutti chiesto il rinvio a giudizio<br />

Non erano grandi marche di benzina, non offrivano raccolte a premi ma attiravano lo stesso un sacco di automobilisti nel modo più semplice: in quei distributori la benzina costava meno, apparentemente. Ma c’era il trucco. Le colonnine baravano sui litri. Il cliente pensava di pompare nel serbatoio venti litri, e in realtà i litri erano diciannove, o diciotto. L’illusione di un affare, la realtà di un bidone. Ieri, dalla Procura di Milano parte la richiesta di rinvio a giudizio per la banda della benzina truccata. Una banda numerosa: trentacinque persone tra boss e comprimari, autisti di autobotte, benzinai, contabili. A guadagnare erano in tanti, perché il «bidone» agli automobilisti era solo il punto d’approdo finale di una catena di imbrogli ben più vasta. Prima vittima tra tutte, lo Stato, cui nel corso del tempo la banda ha sfilato sotto il naso la bella cifra di otto milioni di litri di benzina e altri carburanti esentasse: e, come si sa, le tasse sui prodotti petroliferi pesano parecchio. Imbrogliati a man salva anche gli inquilini di una serie imprecisata di palazzi milanesi: grazie alla complicità di due caldaisti, anche qui si fingevano di scaricare litri di gasolio che esistevano solo sul contatore. Base operativa, la società Mirina di via Ripamonti 400. Le quattro pompe di benzina acchiappa-vittime, sotto il marchio «Maxcom»: una in via Ripamonti, una in via Rogoredo, una nei paraggi, una a Casteggio, in provincia di Pavia. Alla testa dell’affare, il patron della Mirina, Tiziano Moro, un settantenne milanese di assoluta intraprendenza, e il proprietario dei distributori «Maxcom», Giovanni Lavana, milanese anche lui. Sotto di loro, l’estesa rete dei subordinati e dei complici: dai grossisti di petrolio e benzina sottobanco, giù giù fino ai due cingalesi addetti alle pompe. Due tecnici - uno della Tokheim, uno della Nuovo Pignone - davano una mano decisiva nel truccare le colonnine. La richiesta di rinvio a giudizio è stata firmata nei giorni scorsi dal pubblico ministero Sandro Raimondi, al termine di tre anni di indagine del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano. Tra gli elementi di prova ci sono analisi contabili ma anche pedinamenti, intercettazioni, filmati. A preoccupare, nella lettura degli atti che vengono in queste ore notificati agli imputati, è la assoluta semplicità del procedimento: tale da fare seriamente dubitare che lo smantellamento di questa banda e dei suoi quattro distributori segni l’estinzione del fenomeno. Il carburante veniva infatti ritirato presso quattro o cinque grossisti utilizzando normali e regolari bolle di consegna, relative però ad altri ordini, e rifilato poi ad automobilisti e condomini nel modo che s’è descritto. La «cresta» accertata dalla Guardia di finanza, cioè il carburante pagato e mai erogato, supera i centomila litri di gasolio.