Il criminale serbo Milan Babic si toglie la vita nel carcere Onu

Cinquant’anni, era stato presidente della Krajina, in Croazia. Stava scontando una condanna a 13 anni e aveva testimoniato contro Milosevic

Luciano Gulli

Il rimorso, certo. Ma forse, chissà, anche quella galleria di spettri, come nel film Shining, che ogni notte venivano a chiamarlo, melliflui, lordi di sangue, le teste sfondate, invitandolo a unirsi a loro nell’oltretomba. Volti di uomini e donne, di vecchi e bambini. Erano le sue vittime. Povera gente ammazzata a freddo, per lo più. Un colpo alla nuca. O una sventagliata di mitra. Assassino e poi traditore, spia. Teste d’accusa nei processi che vedono alla sbarra, su all’Aia, altri aguzzini come lui. Gente, confessò lo stesso Milan Babic - ex leader dei serbi di Croazia e dell’autoproclamata Repubblica di Krajina - che «insieme con me ha partecipato a persecuzioni del peggior tipo contro persone colpite soltanto perché croate e non serbe».
Troppe colpe, troppo sangue versato; e poi troppo odio riversatogli addosso dai suoi ex compagni traditi, che lo guardavano come una carogna in putrefazione, un morto che cammina, per reggere. Così Milan Babic, l’ex dentista di provincia che volle farsi capopopolo, e dava del tu a Slobodan Milosevic e a Radovan Karadzic, leader dei serbi di Bosnia, si è ammazzato. Impiccato a un lenzuolo in una cella del modernissimo e funzionale carcere olandese di Scheveningen.
Così, la sbornia nazionalista, il bagno di sangue in cui dall’inizio dei Novanta affogò la Jugoslavia delle pulizie etniche, torna ogni tanto ad affacciarsi alla vetrina della memoria, sfuggendo allo stentoreo silenzio, all’apatia, al disinteresse (ma anche alla voglia di dimenticare) che circonda i processi del Tpi, il Tribunale penale internazionale, su all’Aia.
A Scheveningen, un quartiere della capitale olandese, Milan Babic era stato trasferito da pochi giorni. La sua condanna (a 13 anni, per crimini contro l’umanità, pena ridotta per la sua qualità di “pentito”) Babic l’aveva incassata nel 2004. E da allora scontava la pena in una località segreta. Da qualche giorno era di scena, in aula, come teste d’accusa.
Strana morte, però. Quantomeno nella dinamica, di cui poco O niente è trapelato. E brutto affare anche per un carcere che passava per uno stabilimento perfetto, all’altezza del civilissimo Paese che lo ospita. Non un qualsiasi Ucciardone. E dove invece son già due i detenuti eccellenti dell’ex Jugoslavia che si tolgono la vita. Dirà l’inchiesta interna, disposta dal presidente del Tribunale, l’italiano Fausto Pocar, a dire come sono andate le cose. Ma questo, in fondo, è un dettaglio.
Brutta la storia è, soprattutto, perché rischia di essere strumentalizzata da quei settori del più esacerbato nazionalismo radicale serbo che hanno sempre vomitato bile contro il Tribunale dell’AIa e si battono contro la consegna dei criminali rimasti al largo: primo fra tutti, il generale Ratko Mladic, l’“eroe” di Srebrenica.
Cinquant’anni appena compiuti, nazionalista militante, Babic si impone come primo presidente della Repubblica serba di Krajina, autoproclamatasi indipendente nel 1991 dopo il voto col quale la Croazia si stacca da Belgrado. Fino al ’92 è il proconsole in territorio croato del regime di Milosevic, che deve sostituirlo, a malincuore, quando Babic si rifiuta di dar seguito al piano di pace proposto dall’ex segretario di Stato Usa Cyrus Vance. Nel ’94 è di nuovo in sella. Ma quando le sorti della battaglia volgono a favore dei croati, Babic fugge a Belgrado.
Nel 2003 si consegna ai giudici dell’AIa, esprimendo «vergogna e pentimento». A tutti i miliziani coinvolti nelle atrocità di quegli anni chiede di costituirsi e «raccontare la verità, così che le generazioni future imparino dai nostri errori». Accusa Milosevic di aver appoggiato la pulizia etnica nell’enclave croata; punta il dito contro Milan Martic, altro papavero serbo in Croazia il cui processo è in corso. E presto sarebbe stato chiamato a deporre contro l’ultranazionalista Vojislav Seselj e l’ex capo dei servizi segreti di Belgrado, Jovica Stanisic.
No, nessuno, né a Belgrado né all’AIa (fatta eccezione per i giudici, s’intende) sentirà la mancanza del “traditore” Babic, l’ex dentista di provincia che volle farsi capopopolo e finì appeso a un lenzuolo.