«La criminalità si globalizza, ecco come fa affari a Milano»

Accanto alla criminalità percepita quotidianamente dai cittadini - rapine, aggressioni, furti, scippi - c’è n’è una ben ramificata, ma nascosta, subdola, pericolosa in campo economico e sociale: la criminalità organizzata. È quanto spiega il colonnello Stefano Polo, comandante della Dia di Milano, la Direzione investigativa antimafia, organismo interforze composto dalla polizia di Stato, dai carabinieri e dalla guardia di finanza. «Le organizzazioni criminali nostrane e straniere - spiega - si sono potentemente inserite a Milano, l’area italiana di maggiore consistenza economica e produttiva. Il loro scopo è quello di ottenere profitti attraverso la gestione ed il controllo di attività economiche e imprenditoriali».
«A differenza di quanto accade in altre regioni - aggiunge - in Lombardia l’attività mafiosa cerca di evitare reati vistosi, come avviene nel Sud, tiene un basso profilo per non dare nell’occhio».
Colonnello, quali sono i settori più colpiti da queste attività criminali?
«La ’ndrangheta opera non solamente nel traffico di stupefacenti, armi ed estorsioni, ma in tutto il mercato economico-finanziario. “Cosa Nostra” si è inserita invece in settori che offrono nuovi sbocchi di arricchimento: crea collegamenti con professionisti o coloro che, abbisognando di danaro, non possono ottenerlo legalmente, e spesso ricorre allo strumento societario avvalendosi di prestanome. Per la camorra - i cui livelli di raggruppamento sono minori rispetto alle altre mafie - i settori sono invece quelli della contraffazione di griffes e della gestione di locali notturni. Il capitolo della criminalità organizzata nostrana purtroppo non si esaurisce qui».
Quali sono le valutazioni della Dia sulla mafia russa e cinese a Milano?
«Occorre essere prudenti quando si parla di mafia. Le notizie raccolte confermano la connotazione spiccatamente economico-finanziaria della criminalità russa, poco visibile ma di elevato pericolo. Il transito di stranieri proventi dall’area dell’ex-Unione Sovietica è costante e connesso all’investimento di ingenti capitali. La nostra realtà offre opportunità in campo immobiliare e commerciale, come l’acquisto di griffes famose, palazzi, alberghi. Diverso è il discorso per i cinesi, comunità molto unita, chiusa e quindi difficilmente penetrabile al suo interno».
Al di fuori di «Chinatown» assistiamo ad un continuo acquisto di appartamenti e locali, tutti pagati in contanti e a prezzi allettanti...
«Le attività poste in essere dalla criminalità cinese sono principalmente incentrate sull’immigrazione clandestina - attraverso rotte stradali, ferroviarie ed aeree, utilizzando passaporti rubati - o sull’impiego, o per meglio dire sullo sfruttamento salariale, della manodopera irregolare in numerosi opifici di proprietà di cittadini cinesi in regola con le norme di soggiorno, e in grado di produrre a prezzi inferiori a quello delle imprese nazionali, e sulla prostituzione che ora si è aperta anche alla clientela non cinese».
Bisogna aggiungere la criminalità albanese, nordafricana, romena...
«È un discorso complesso. La globalizzazione non è solo economica, c’è anche una globalizzazione della criminalità. Il punto è che i cittadini non avvertono appieno la portata di un tale tipo di pericolosità... Notano le prostitute sulle strade o che si offrono su internet, i pusher di droga, ma tutte le altre conseguenze sulla sicurezza della nostra vita sfuggono o vengono sottovalutate ed invece sono gravi. Ecco perché la lotta alla criminalità organizzata non può basarsi unicamente sull’attività delle forze di polizia. Vi devono partecipare tutti: mondo finanziario, imprenditori, operatori commerciali. Il problema che investe il Paese - persino semplici irregolarità amministrative - può costituire la prima emergenza di illeciti seri che minacciano l’economia e le relazioni economiche con altri Stati».