CRIMINI DIMENTICATI 1944: così morì Jolanda

Una sedicenne fu uccisa con una bomba a mano solo perchè parlava il tedesco: riaffiora un efferato delitto compiuto da partigiani nel Reatino

Era veramente carina. Carina e irrequieta, come lo sono molte adolescenti, già donne nel fisico e ancora bambine nell’anima. Quando Jolanda Dobrilla, nata a Capodistria il 20 agosto 1927, scomparve da casa, aveva sedici anni. Una fuga d’amore, si disse, perché si era incapricciata di un giovane ufficiale e lo aveva seguito verso il sud. O forse la sua era solo un’ultima ribellione verso la famiglia con la quale aveva frequenti contrasti: una modesta famiglia istriana, il padre, Mario, operaio, la madre Ines Pugliese, tutta casa e figli. Non erano ferventi fascisti, si tenevano defilati, senza dissentire e senza applaudire più del necessario.
Poiché Jolanda era anche molto intelligente, si erano sacrificati per farla studiare al Liceo Combi di Capodistria. Ma lei aveva piantato tutto da un giorno all’altro. Oggi, a distanza di tanti anni, il momento della sua fuga da Capodistria sfuma nell’incertezza. Avvenne a febbraio o ai primi di settembre del 1943? Il particolare è importante perché se Jolanda fuggì ai primi di settembre, si trovò quasi subito nell’Italia tagliata in due dalle vicende seguite all’armistizio.
Dov’era Jolanda nei giorni successivi all’8 settembre 1943? Questo non lo sappiamo. Non lo sapevano neppure i famigliari che la cercavano affannosamente e che continuarono a cercarla, dopo la guerra, quando nel 1953 abbandonarono l’Istria ceduta alla Jugoslavia e si rifugiarono a Trieste. Sua madre non si rassegnò mai alla sparizione della figlia e morì con quella spina nel cuore. Ma forse fu meglio per lei non avere saputo più nulla.
Nel tardo autunno del 1943 troviamo Jolanda a Velletri, aggregata al comando della Wehrmacht in qualità di interprete. Al liceo di Capodistria, infatti, aveva studiato il tedesco. Il Reatino costituisce a quell’epoca una zona di retrofronte, dove sono presenti truppe tedesche e dell’esercito repubblicano (gli Alleati sono già sbarcati ad Anzio). Il comando germanico si trova a Rieti, dove risiedono anche le autorità fasciste perché la provincia di Rieti fa parte della Rsi. Nel novembre un terribile bombardamento alleato colpisce Velletri, facendo molte vittime nel reparto cui la giovanissima interprete è aggregata. Jolanda fugge da Rieti verso le campagne. Sola e senza mezzi, trova rifugio presso la famiglia di un falegname, sfollata da Terni, città martoriata in quegli stessi giorni dalle bombe. La famiglia Papucci è sistemata in una casetta d’affitto a Lùgnola, minuscola frazione del piccolo borgo di Configni sull’Appennino, in provincia di Rieti.
Una terra bellissima di monti, valli, castagni: sembra ai confini del mondo, ma non sfugge alla tragedia. Da sempre punto di transito delle truppe armate dirette al Nord, Configni vive il drammatico scontro fra le truppe italo-tedesche e le formazioni partigiane, qui particolarmente agguerrite. Il Monte San Pancrazio, un susseguirsi di cime e di forre solitarie, è il rifugio della banda «Giovanni Manni», capeggiata da Egisto Bartolucci. La «Manni» a sua volta fa parte della brigata comunista «Gramsci», il cui territorio d’azione si estende lungo l’Appennino fino all’Umbria. La comanda Elbano Renzi ed è forte di circa 400 uomini.
Gli agguati continui dei partigiani, gli attacchi ai treni, lo stillicidio di morti (viene ucciso tra gli altri un capitano medico tedesco che gestiva un’infermeria aperta anche ai civili), fanno scattare un gigantesco rastrellamento. Il 12 aprile 1944 parte l’operazione «Osterei» («Uovo di Pasqua»): vi partecipano circa mille uomini, un battaglione del 3° reggimento tedesco «Brandenburg», un battaglione delle SS, due reparti della 3° e 90° Panzergrenadierdivision e alcuni della Gnr. Non ci sono scontri con le formazioni partigiane che si sciolgono e si nascondono, ma un’immane caccia all’uomo che dal Reatino si spinge verso l’Umbria e si risolve in una macabra mattanza: 296 vittime, in maggioranza civili e spesso estranei alle azioni dei «ribelli».
La banda «Manni», che agisce più a sud, sul momento non viene toccata, ma dopo alcune azioni di disturbo, i tedeschi assaltano il Monte San Pancrazio, catturano una decina di uomini e li fucilano. Da Roma, la dirigenza del Pci, preoccupata dello sbandamento delle sue formazioni più agguerrite, invia nel Reatino un alto dirigente, Aladino Bibolotti, che si incontra con il nuovo comandante della «Gramsci», Alfredo Filipponi. L’ordine è: morte alle spie fasciste, sono loro i colpevoli, devono pagare. E da quel giorno si scatena la caccia all’uomo. Dal 18 aprile il martoriato confine fra il Ternano e il Reatino si trasforma in un «triangolo della morte» che i testi sulla guerra civile per lo più ignorano. Isolati, respinti anche dalla popolazione, che addossa loro la responsabilità dei rastrellamenti, i partigiani si vendicano. Squadre della morte prelevano le persone e uccidono abbandonandosi ad atti di estrema ferocia. Configni, Vasciano di Stroncone, Morro Reatino, Miranda di Terni, Casteldilago, Monterivoso di Ferentillo: sono i luoghi dove regna il terrore.
Jolanda Dobrilla in quei giorni è dai Papucci dove ricambia l’ospitalità sbrigando le faccende domestiche. Ma ha il chiodo fisso di tornare a casa sua, e chiede passaggi ai reparti tedeschi che si spostano verso nord. Sarà questo, oltre al fatto che parla il tedesco, a segnare la sua condanna. La prelevano il 23 aprile 1944, il Papucci e un ragazzo di Configni con cui nel frattempo si è fidanzata, cercano invano di difenderla. Gli uomini della «Manni» trascinano Jolanda verso la località di Finocchieto di Stroncone, dove si perdono per sempre le sue tracce. Il capo del provincia di Rieti invia sul luogo il giovane milite della Gnr Primo De Luca, con il compito di rintracciare la ragazza. Saranno i pastori dei Prati di Sotto di Cottanello, una località deserta, segnata dai fumi delle carbonaie, a dare all’uomo la conferma: Jolanda Dobrilla, sedici anni e otto mesi, è stata fatta saltare in aria, le hanno tirato addosso una bomba a mano del tipo «Balilla». Poi hanno bruciato il corpo in una carbonaia.
De Luca riferisce tutto ai carabinieri di Configni ma non riesce a tornare al suo comando. Prelevato anche lui da due uomini della «Manni», viene portato verso Vasciano di Stroncone. Lì in località Le Ville, presso un fontanile, un vecchio contadino di Vasciano, Romeo Nazzareno Feriani, lo vede in mezzo ai partigiani e ingenuamente protesta: «Ma che cosa fate? Dai, lasciatelo andare, è un ragazzo». Una revolverata gli chiude per sempre la bocca. Poi tocca a De Luca, ucciso con una raffica di mitra alle spalle davanti al muro del cimitero di Vasciano.
Il 13 giugno 1944 gli Alleati sfondano il fronte italo-tedesco: la guerra per la gente del Reatino è finita, meglio dimenticare. Ma non dimentica il testardo maresciallo dei carabinieri di Configni, Angelo Fregoli, che nel giugno del 1947 indaga fra i pastori di Finocchieto di Stroncone e ricostruisce la fine di Jolanda Dobrilla, Primo De Luca e Romeo Nazzareno Feriani, su incarico del giudice istruttore del tribunale di Terni. Gli ex partigiani della banda «Manni» Luigi Menichelli e Francesco Marasco sono ritenuti colpevoli dell’uccisione di Dobrilla, Egisto Bartolucci e Francesco Marasco sono invece gli assassini di De Luca e Feriani. Li inchiodano le testimonianze dei pastori del luogo che hanno anche ritrovato i resti carbonizzati del corpo della ragazza e visto i maiali affamati che ne rosicchiavano le ossa. Ma il 21 novembre 1950 la sezione istruttoria presso la Corte d’appello di Roma, presieduta da Alessandro Varallo, li assolve perché quelli che hanno compiuto sono da considerarsi «atti di guerra».
Solo pochi anni fa i fratelli superstiti di Jolanda hanno saputo la verità sulla fine della sorella. Nessuno, neppure i magistrati, si premurò di informare la famiglia durante l’istruttoria.